Silvana Baroni

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Non dico quel che penso, d’altronde quel ch’è vero è già nel piatto
che se poi devo proprio dirla la messa, finisce che la dico con forchetta e coltello

ciò ch’è mio pretendo di sceglierlo da me
ma se volete ritrarmi, niente colori! solo carne e sangue sulla tavolozza

magritte

ebbene sì, sono ingordo del ritratto ingordo di me
e se mi dipingete fatelo fino al midollo, così darò l’osso al vostro cane
anzi sarò il cane stesso che azzanna il vostro ritratto

ho venti dita a tensione progressiva
un’arte a elastico che ho appreso dai miei traffici in India
da quando sono fuggito dalla mente di  mio padre
da quando mi lanciava in aria a far l’acrobata mentr’io nel panico urlavo
temevo di non tornargli nelle braccia

ormai sono al sicuro, l’ostia di mio padre è il pane che mangio
e non ho impegni con l’amore
non ho da confessare a nessuno quel che teme un uomo-

      

 

 

magritte

Bosco da parati o stanza nel bosco?
clausura del sublime, bellezza della bestia a tutela dell’umano?
o più semplicemente la donna in uscita dalla città ideale

niente panico né rammarico
la romanza è assorbita dal sughero, la ribellione è impensabile
per quegli arti lignei allungati, per quegli occhi a bossolo lucido chiaro

Giovanna ha deposto arco e corazza
oramai è una donna che ha sete
vuol bere dalla fonte con le mani, sentire l’acqua scorrerle lungo le guance
vorticarle sul collo in rivoli fino a bagnarle il pizzo della camicetta

non più santa né guerriera
è una filosofa che procede in odore di cavallinità

ora sa bene come nascondere nel trotto l’altra che galoppa-