Silvana Baroni

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La ragazza

Non è che marzo
e già curva lesta tra le specchiere
la ragazza succinta formicolando passi
di tenera carne sulla selce di via Giulia.
Un vortice di promesse in scivolo albino qui e subito
per l’uomo che si gira e la semina con gli occhi.

Da dietro i vetri del mio amico antiquario
la guardiamo che ci sovverte l’archivio.


La foresta

Capita, per impetuosa corrente, che agile
ancor più agile, l’acqua si tuffi dall’alto
e sotto una luna di traverso seppellisca la terra.
Capita tra i salici pluviali, tra le mangrovie
che il sortilegio scatti ad innesco, sia l’occasione
ambita, nata dal solfeggio di becchi a sentinella.
Capita quando la foresta apre la bocca
tutta in coro.


Restare nel turno

S’alza il volo serale dei piccioni
e a chi siede, resta il loro vuoto accanto
un commiato, un pugno nel grembo
della macchia notturna.
Un uomo versa pioggia dal secchio, la sua ombra
è sfrangiata dallo scambio inclinato dei cappelli
serrata nel marmo del calpestio notturno.
Il silenzio penetra i vetri della casa
entra nei pori del mio cancellino
si fa sughero a chiudere il buio.
E’ l’ora di tacere, restare nel turno
tacere.


 Tutta

In pieno sole la mia ombra si vergogna
minuta s’è nascosta, vezzosa s’è ridotta,
e mentre sul muro della meridiana
il sole e l’ombre giocano agli scacchi,
l’ombra mia in totale ritrosia, pudica
e assai scontrosa, pensate
non m’è finita tutta sotto i tacchi?


Nella casa

In cucina verdure che bollono
e attorno vetrate sull’azzurro capolavoro.
Così tolgo tristezza all’amico giallista
dalla sua testa a salotto
così nutro l’arrivederci dei figli
l’addio avanti indietro di chi passa.


L’attrice

Sorgiva al diapason dell’ellisse
vestita di vibrisse, la bella attrice
ha già l’anima della Bovary.
Che interpretazione entrarle nel corpo
sognare di avere un incontro, ripensare
con foga, dolore, incertezze all’amante
star lì sulla punta dei piedi dell’altra
consustanziali.


Ricordi

Ricordo male i ricordi, forse l’invento
e quando sarò ricordata, nessuno saprà mai
dell’acqua della corrente che ho attraversato
che m’ha attraversata.


Venezia

Lo scafo sciaborda e scolora
tra dettagli preziosi che dilagano taciturni.
Cambi di luce serrano le ore tra muri appisolati
mentre il vento gioca ai gettoni e li spende
per la cruna delle calli.
C’è chi passa, e chi non c’è, chi resta nell’intonaco
e la nebbia lo divora.

Il chiacchierio dell’acque controvento
mi spinge in retroscena, e quando il cielo
sviene sul pontile mi nasce acuta la domanda
se ho fede in ciò che spero, se spero in ciò che dubito.

Seguo l’andare nel limaccio dei barconi al vento
tra pietre e muschio che altercano in sordina
tra bolle d’acqua che s’impilano gioviali a far festa
orchestra a più docile destino.
Strabilia di lanterne sorvolano comignoli a facciata
e fumi al cielo, seguono il corteo delle stoffe che solca
ponti e sale in corrimano ai salotti ciarlieri
al sagrato, al portico, ai rosoni di vetro soffiato…

E infine, ciarle in vernacolo, in gorgheggio
dai tendalini delle barche, da bocche in sboccio
di sovrana bellezza…
Ma ora che parto, dal traghetto solo nuvole
e una foto bianconero di Murano.