Silvana Baroni

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Il Bianco, il Nero, il Grigio

La tradizione vuole che gli aforismi abbiano origine filosofico scientifica. Aforismós, nella lingua di quei filosofi greci che lo hanno inventato, era rapida definizione, sentenza, risultato sintetico di linguaggio e pensiero. I frammenti eraclitei avevano un carattere in certo senso aforistico: “Tutto scorre”; “Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo”; o altrove: “è difficile combattere contro il desiderio: ciò che vuole, infatti, lo compra pagandolo con l’anima”.
Ippocrate (460-380 a.C.), medico e patriarca della medicina, scriveva in aforismi. Aristotelici e stoici usavano apoftegmi e paroimie; ricordiamo: Epitteto, Marco Aurelio, Seneca. Nel medioevo si identificava il linguaggio della medicina con quello aforistico se Dante nel Paradiso (XI,4) poteva scrivere : “O insensata cura dei mortali,/ quando son difettivi sillogismi/ quei che ti fanno in basso batter l’ali!/ Chi dietro a iura, e chi ad aforismi/ sen giva...”. La Scuola Salernitana, tra l’VIII e il XVI secolo d. C., esprimeva i suoi aforismi medici in esametri latini (e qui abbiamo uno sconfinamento verso la poesia). Erasmo usava gli adagia, Francis Bacon si esprimeva con aforismi per invogliare all’osservazione e riconcepire con un nuovo organo metodologico e linguistico la natura. I romantici da F. Schlegel a Novalis adottarono l’aforisma per la sua forza sintetica, funzionale all’immediatezza, per l’intuizione dell’Infinito; Novalis, per cui “il pensiero è soltanto un sogno del sentimento”, si rifà a  Eraclito quando scrisse: “il frammento è Delfo”. Famosi gli aforismi sulla Saggezza della vita di Schopenhauer; quelli di Kierkegaard, che esprimono l’icasticità esistenziale del “paradosso” cristiano, in funzione antisistematica e antihegeliana. Nietzsche conferisce all’aforisma una portata antirazionalista ed ermeneutica. Aforistico è Wittgenstein con i suoi “enunciati” del Tractatus del 1921. Potremmo continuare, ma è di Silvana Baroni che dobbiamo parlare.
Silvana è figlia d’arte, membri della sua famiglia si occupavano di pittura e musica. Il Bianco, il Nero, il Grigio la conferma come esperta, giustamente multipremiata autrice del genere aforistico. Ha al suo attivo 17 opere, di cui quattro raccolte di aforismi, compresa questa.
“Il discorrere è come il correre e non come il portare, ed un cavallo berbero solo correrà più di cento frisoni” scriveva Galileo Galilei nel Saggiatore. Questa frase, che divenne il suo motto, ben si adatta allo stile della Baroni, che scrive e disegna con  calviniana leggerezza, mobilità, ironia caustica, però mai aggressiva. Le sue opere sono pervase da un forte senso laico del relativo, sia pure in una intuizione del tutto che sembra a volte un’aspirazione religiosa custodita in uno scrigno di segreta preghiera. Silvana acutamente osserva: “‘ora et labora’ è un incitamento alla serenità e svela perché sia così frenetica l’operosità di chi non sa pregare”; anche se corrosivamente poco prima scriveva: “non sempre è la fede che vacilla, più spesso è il dubbio che rode”. Come Pegaso, cavallo alato, questi aforismi della Baroni si innalzano per incandescenti accensioni, su uno sfondo a volte colorato, a volte concettualmente più scuro, velato d’inquietudine. Una soffusa aura di teatro circonda i suoi intensi detti, che entrano in scena accompagnati dalle maschere dei disegni, in un gioco visionario di pieni e vuoti, carnevale di verità mascherate in alternanza di bianco e nero, in altre opere il disegno si incrocia con il colore, e a volte sembra svilupparsi raddoppiando l’immagine. In questo testo la scrittura convive con tortili linee, in chiaroscuri e intrecci speculari, in perturbanti ellissi di forme abbozzate, quasi fumetto, arte che riflette però in levità sui fogli i neri grovigli della psiche e della relazione. Immagini e concetti si pongono dunque a specchio, tuttavia - scrive Silvana - “se lo specchio è spietato proviamo a sorridergli”. Gli abbozzi, quasi gliuommeri gaddiani, mutevoli come nuvole, volano come la speranza, che – ci ammonisce l’Autrice, nel primo aforisma – “è la sola ad esserne capace”. Nel gioco linguistico-iconico gli aforismi si dispongono orizzontalmente, sospesi in aria sul bianco senza principio e senza fine: non c’è inizio in maiuscola, non c’è punto di chiusura. Si gioca con il bianco della pagina, per ampi spazi, quasi in un Vuoto Zen. Gli scritti contendono il bianco ai disegni, che sembrano prigioni senza massa e peso marmoreo, o sono come degli Odradek kafkiani, dei rocchetti, o forse ancora come dei gomitoli di filo lanciati da un piccolo Hans sulla nudità del foglio e dell’occhio, in una “coazione a ripetere” che nasconde i ricordi. Si può dire di questi testi e disegni ciò che Ennio Flaiano attribuiva alla pittura in un suo aforisma:  “la pittura è arte della memoria”. A volte la matassa non dipanata, lanciata sul foglio da Silvana, rievoca l’ombra junghiana della psiche dei pazienti da lei curati,  altre volte la propria stessa ombra, rivestita con veli d’ironia. Scrive icastica: “chi non ha scheletri nell’armadio, siede cadavere in salotto”, e altrove “ciò che ci terrorizza è già accaduto”. Irrompono in scena scuri lemuri?, no! – dice Silvana, quasi a spiegarci il titolo del libro - “il grigio sta lì a non farti veder nero”. Gli gliuommeri, i garbugli sono tirati poi con il filo tenuto nelle mani, perché non prevalga thanatos, il Nero, e prevalga il Bianco della luce... ed è allora una Arianna, Eros, nel labirinto della vita. La leggerezza non disprezza il pondus, diceva Calvino. Il peso del pensiero qui contrasta e si integra perfettamente con la sua natura aerea, spirituale.
Nella sua interessante prefazione, Gino Ruozzi inquadra l’opera della Baroni – soprattutto - nella cultura del ‘900; cita Saba, Longanesi, Flaiano, Sbarbaro, Maccari, Bufalino, la Spaziani; poi sull’intreccio tra aforisma, disegno, pittura - quali “esempi illustri” – annovera Ardengo Soffici, Anselmo Bucci, Marino Mazzacurati, Arturo Martini e altri. Tra gli stranieri Oscar Wilde, Jules Renard, Karl Kraus, ricorderei anche Proust e Pound. Silvana a mio avviso evoca una borgesiana biblioteca di Babele, per rimandi che confluiscono nell’opera anche senza intenzionalità cosciente dell’autrice.
Ruozzi nota ancora, tra l’altro, l’uso scaltrito delle figure retoriche, “ossimori chiasmi simmetrie antitesi compensazioni paradossi”. Io ancora sottolineerei l’intensa capacità, tipica del suo stile, di sintonizzarsi con gli altri, la già notata rapidità mercuriale che non rinunzia al profondo. Hermes-Mercurio, junghianamente rappresenta anche il principium individuationis. L’artista è originale perché ben individuato: perciò tende a legittimarsi e farsi messaggero della propria arte. Efficace e alata, Silvana, il suo metamorfico policentrismo, sguincio e spiazzante, sta sempre su un crogiolo di riflessione, il lavoro sul linguaggio ci riporta alla fucina di Vulcano. Calvino junghianamente scriveva: “Mercurio e Vulcano rappresentano due funzioni vitali inseparabili e complementari: Mercurio la sintonia, ossia la partecipazione al mondo intorno a noi; Vulcano la focalità, ossia la concentrazione costruttiva”.
La quasi necessità dei materiali, delle strutture, dei termini, delle scelte linguistiche rendono ogni parola di questo libro della Baroni non facilmente rovesciabile nella sua antitesi. Mi sembra che la forza agile del pensiero irrompa sul foglio per una moltiplicazione degli spazi psichici e iconici. Un lavoro anche alchemico, questo, che ben si adatta alla collana Athanor delle edizioni Joker, per cui si materializza l’uovo alchemico, quello richiamato nel risvolto di copertina dal culto direttore della collana, il poeta e critico Sandro Montalto. Direi che l’operazione vulcanica della Baroni, attraverso l’uso sincronico delle “arti sorelle”, persegua nel fondo del cratere della sua fucina la trasformazione della materia vile della nigredo in oro e in albedo. 
La parola che proviene dal profondo, non solo dalla storia, dall’inconscio individuale e collettivo, impone - dopo la discesa agli inferi - luminosa emersione del Sé. Conta in primis la non rimozione del Nero, che evoca anche l’attuale freudiano “disagio della civiltà”, che investe il singolo non solo dall’inconscio, ma anche dal sociale, e che, per converso, dal singolo si ripercuote sul sociale. ...Del Grigio, poi, che non concilia e annulla ma lascia convivere gli opposti.
Il libro, pur nel suo essere un gioco serio, acquista anche tangenziale valenza di “cura”, non solo della psiche, ma della lingua artistica, letteraria e poetica.
Il linguaggio dell’arte e della scrittura, quando adoperato, con tale graffiante acribia ferisce e risana attraverso l’ “effrazione” direbbe Roland Barthes. Nell’uso del frammento, a noi, tuttavia consapevoli di non essere del tutto emancipati dal Nero, viene restituita da Silvana la libertà del Grigio su una pagina Bianca, che è come il libero “libro aperto”, dell’ennesimo aforisma accompagnato da disegno, che esiste “perché qualcuno ci scriva qualcosa”.

Luigi Celi