Silvana Baroni

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Il bianco, il nero, il grigio

Per riassumere: più di duecento aforismi (208) e una ventina (23) di vignette riferite ad altrettanti aforismi. Le forme grafiche: assai fluide, veloci, spiritose, aeree.
 Anch’esse svelano non poco dell’estro dell’autrice: l’arguzia, la vivacità, la mobilità, l’umorismo. I segni sono come fili che si ingarbugliano e si sciolgono liberi nell’aria. Ammiccano stralunati, con tanto bianco intorno. Un po’ beffardi, un po’ ilari, furbi bambini scaltriti. Comunque fanno allegria.
Anche dagli aforismi parecchio ci viene a suggerire un carattere, una personalità, una visione della vita. Dire filosofia, sarebbe dir troppo. Comunque: un piglio deciso. sarebbe dir troppo. Comunque: un piglio deciso. L’intelligenza della vita, che viene dal guardarsi attorno, dalla cultura, dall’apertura mentale, dall’esperienza, privata e altrui: Silvana è anche medico psichiatra. Cautela, un po’ di disincanto, ma non sfiducia, non scetticismo, ancora voglia di vivere, amore di libertà e di indipendenza: questo lo si capisce a volo. Altra dote essenziale è l’ironia (che, in una persona di spirito, va a braccetto con l’autoironia). Essenziale a togliere di mezzo la supponenza di chi “sputa sentenze”: che questo fa l’aforista (secondo etimologia): e se fosse del tutto serio, sarebbe un insopportabile Solone, sarebbe un saccente, non un sapiente (nel senso di saggio).
L’aforisma viene da lontano. Dalla Grecia, come la parola (aforismòs =definizione). Definizione in cui si compendia in forma concisa e suggestiva il risultato di meditazione e di esperienza. Un patrimonio di saggezza ridotto in grani perlacei. Essenzialità concentrata e preziosa. Si cita sempre l’esordio dell’opera di Ippocrate, che contiene tutta una filosofia accanto alla techne, le conoscenze tecniche dell’arte medica: La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fuggevole, l’esperimento fallibile, il giudizio difficile. Dante se ne ricorda, ha presente soprattutto l’aspetto medico –ippocrateo catalizzata dalla scuola di Salerno : chi dietro a iura e chi ad aforismi / sen giva (Par. XI, 4-5). Poi giù giù lungo i secoli, dall’arte medica ad altre discipline, l’arte bellica, la politica, attraverso filosofi e moralisti: La Rouchefoucauld, Bacone, Lichtenberg, Lucidità illuministica e sensibilità romantica. Schopenhauer, Nietzsche, Adorno. Tornando all’antico, i latini: fino a Seneca e Marco Aurelio, e prima Lucrezio che media Epicuro. La lingua latina, poi, si presta incomparabilmente allo stile sentenzioso, all’espressione icastica. Alla brevitas: diciamolo subito: senza concisione l’aforisma non funziona, non colpisce il segno. L’aforista deve conoscere i trucchi della retorica, deve maneggiare tutte le risorse della lingua, sguazzare fra i tropi. Perché deve anche saper stupire.
Torniamo a S. B. Il suo libro contiene varie definizioni diaforisma. A cominciare da quella dell’esergo (che ricompare poi a p. 40). Scrivere aforismi è un’arte funambolica: è pensare senza rete di protezione . Commenta bene qui il prefatore Gino Ruozzi: L’aforista parla della vita in modo diretto, senza mediazioni, esposto alla sottile oscillazione tra verità e banalità. La distinzione è a volte minima, ma è lì che si consuma la scommessa: o ruzzoli malamente, o riveli una verità imprevista che fa sobbalzare di stupore (Un po’ lo dice il prefatore, un po’ lo dico io, ma questo è il senso). Ecco: un’arte difficile. L’aforisma deve essere breve, netto, conciso, senza sbavature, senza lambiccamenti. Ma, anche rispettando queste regole, non sempre fa centro. (A scorrere queste pagine, si potrebbe dimostrare: alcuni reggono bene, alcuni magnificamente, altri sono più fiacchi, meno incisivi, meno graffianti, non sorprendono abbastanza, non hanno abbastanza venenum in cauda. Va a sapere perché. Qualche volta è solo questione di una sillaba, della posizione di una parola. Sono questioni di ritmo e di retorica: più o meno come nella poesia. S. B. è anche poeta, e tutto ciò non solo lo sa, ma affronta, anche qui, a volte, il confronto tra aforisma e poesia. Potremo riprendere il discorso. Ma vediamo ancora almeno un’altra definizione di aforisma secondo l’autrice. Ce n’è più di una, ma quella più efficace – oltre alla prima, all’esergo – sta proprio, guarda caso, all’ultima pagina: L’aforisma è un cappio, e al contempo il taglio del cappio. E’un cappio, dunque, perché prende al laccio le cose mentre scappano, le sospende lì, anche brutalmente, davanti alla nostra attenzione, perché riflettiamo a come son fatte. Se volete, ne ferma la corsa, come in uno scatto fotografico, ce le immobilizza davanti in forme lapidarie. Poi, con lo stesso piglio deciso, ardimentoso, taglia il cappio: e il gesto sembra quello di Alessandro che non scioglie, ma taglia il nodo di Gordio con la spada. Se volete, prima che ci scappi l’idea, ecco il confronto aforista – poeta: pag. 23: la sentenza è corredata da una vignetta, non poco espressiva: due faccine gemelle: una più stralunata, con una specie di nuvoletta sopra: certamente è il poeta, più imbranato e “sognatore”, l’altra faccina ha un che di più minaccioso, tagliente. Dice il testo: l’aria è la stessa: il poeta inspira, l’aforista espira. E’ detto in modo suggestivo, un po’ da surrealista com’è spesso, anche nella poesia, la vena di S. B. L’aria, dunque, è la stessa: il poeta inspira, cioè evidentemente cerca l’ispirazione, l’altro espira, nel senso che, come si diceva prima, “sputa sentenze”.
Ancora una cosa, prima di sfogliare il libro: il titolo. Il bianco, il nero, il grigio. (Ha un po’ la cadenza dei titoli dei films di Sergio Leone). In realtà è anche la sensibilità del pittore, del grafico. Grigio, dunque, nella serie è culminante. Certo, si potrebbe pensarne male: il grigiore, una persona grigia, noia, monotonia, neutralità.(In questo senso, lo si trova a pag. 22: lo scettico è un uomo grigio, e non può che versare scolorina sull’entusiasmo altrui. Ma S. non è scettica, ama la vita. Secondo me, dalla sua posizione nella serie, qui il grigio ha una valenza buona, positiva. E’ nuance, sfumatura, la capacità di mediare. Nel libro, non a caso, è posta in esergo, e poi ripetuta a pag. 44. la seguente espressione: il grigio sta lì a non farti veder nero. E’ chiaro dunque che il grigio è l’estremo rimedio contro il nero. E, del resto, vedete la paroletta sta lì: quello “sta” dà il senso di una risorsa, suona comunque rassicurante.
Bene, apriamo il libro. Subito dopo l’esergo, c’è una paginetta con una figura volante: sotto c’è scritto: la speranza è la sola ad esserne capace. Capace di che? Evidentemente si riferisce all’arte funambolica e allo sprezzo del pericolo di cui si diceva prima. Senza la speranza non ci sarebbe la voglia, la leggerezza di accettare quella sfida, di rispondere a quella scommessa.
Nelle due paginette seguenti, sei più sei, ci sono dodici aforismi. Il tema comune pare essere l’amore. Parecchi altri su questo tema possiamo trovarne nelle pagine seguenti, qua e là. Ma fermiamoci a questi. Mi colpiscono tre soprattutto. Apparentati tra di loro dal modo di introdurre il discorso (abbastanza tipico di chi enuncia una sentenza generale): Chi ecc ecc.: 2. Chi ama volare non ama essere preso per mano, 4. chi sa mordere non perde tempo ad abbaiare, 11.Chi sa ricamare non rammenda.
 Ne viene fuori bene la visione libera, spregiudicata, avventurosa dell’autrice. In particolare il primo di questi tre dice, con ironia, il bisogno di indipendenza. Come non richiamarci qui al titolo di un altro libro uscito quasi in concomitanza con questo. Perdersi per mano.? Che naturalmente rovescia l’espressione corrente “prendersi per mano”. (Tra parentesi un libro bellissimo, un ghiribizzo poetico-pittorico delizioso, elegante, dove la grafica si arricchisce del colore e la poesia è meno pungente, più lirica, sognante, direi chagalliana, anche se può dire ancora qualche cosetta crudele, ma con garbo estremo, con leggerezza squisita: Tanto che io mi sono appuntato una mia definizione un po’…aforistica: Una cerbottana che spara canditi alle code dell’aquilone (dove l’aquilone equivale, appunto, a un idolo polemico ritornante, direi, in S.B.: il sentimentalismo, non il sentimento naturalmente, ma la sua degenerazione). Ma ritorniamo a noi. Perdersi per mano, dunque. Anche in amore, la donna di S. non ama “essere presa per mano”, vuol trovare da sé la sua strada, non ha voglia di eccessive protezioni. Libertà, indipendenza, la fantasia che vuol volare, reclama un orizzonte quanto più sgombro possibile. Anche gli altri due sono molto istruttivi: chi sa mordere non perde tempo ad abbaiare: un invito allo slancio, a bruciare le tappe, anche in amore, non essere lenti o leziosi, ché l’ardimento non guasta. Più gentile e riguardoso quell’altro, più aristocratico: ricamare è un’arte nobile, raffinata, signorile: mentre rammendare è roba più dozzinale, sa di rattoppo. Sugli altri qui non mi soffermo. Certi sono più scontati. E’ ovvio che S. sta più dalla parte delle donne. Una stoccata è nei riguardi delle suocere, diciamo meglio contro la predilezione delle madri per i figli maschi, vedi p. 28: la madre trova sempre il posto a capotavola per il figlio, anche se il tavolo è tondo. Qui, p.15, lo stesso concetto in forma rovesciata: l’uomo è sempre sposato: se non con la moglie, pur sempre con la madre.
Andiamo avanti. A pag. 16 segnalerei altri tre, che anch’essi ci dicono parecchio della nostra autrice: 15. se hai qualcosa di veramente vero da dire, non lo sprecare urlando: un invito alla sobrietà e alla discrezione: da notare l’energia tagliente di quel: veramente vero. Quanto alla ripugnanza per chi urla, s’accoppia bene all’antipatia per l’enfasi: già alla pag. precedente bollava la donna frigida intenta a mimare l’enfasi (cfr. n 12). Il 18. dice: a parlare col cuore in mano si rischia la camicia insanguinata: in forma icastica, in fondo ritorna qui una qualche diffidenza nei confronti dell’enfasi: anche l’eccesso di abbandoni (il cuore in mano) la insospettisce. Non è diffidenza: ancora una volta direi: senso della misura, non freddezza, ma discrezione. In questo senso anche il precedente 17.: una misurata lontananza facilita una sobria vicinanza, ci riporta allo stesso quadro psicologico: Il consiglio può andar bene in amore, ma anche negli altri rapporti interpersonali.  Vale anche per un’amicizia: si può star bene insieme, purché ognuno poi ritrovi la porta di casa sua. Insomma l’accento cade su questi elementi: misura, sobrietà. Un altro aforisma qui, a p. 17 (con tanto di vignetta), andrebbe bene per i nostri tempi di emergenza e di spaesamento: ci sono tempi in cui non puoi che sentirti fuori luogo. E anche il 19 (p. 18) persegue la linea che abbiamo già individuato: soltanto la libertà di scelta predispone al piacere della fedeltà. Ricordate quanto si diceva a proposito del prendersi (o perdersi) per mano? Riferito ai rapporti di coppia, vuol dire dunque: la fedeltà è un piacere se non è imposta o sentita come un dovere.
Ma vorrei soffermarmi adesso su problemi più tecnici, formali, i trucchi della retorica. Per esempio il gioco di fare lo sgambetto alle frasi fatte. Per esempio: strappare gli applausi. Al 29 dice S.: gli applausi strappati lasciano cenciosi. Immaginate di sostituire “applausi” con “vestiti”: cioè togliendo la metafora o metonimia, comunque una forma figurata, benché già logora (applausi strappati). Riportiamo tutto al grado della normalità: le stoffe, gli abiti si strappano: ecco la conseguenza: si resta cenciosi. Il seguente 30 segue un meccanismo simile: non c’è altro modo: dobbiamo sentirci in gamba su due piedi: smontiamo il meccanismo: essere in gamba è una metafora: qui ne aggiungiamo un’altra su due piedi, che ha relazione con gamba, ma è ambiguo, perché nell’uso acquista valore temporale: su due piedi intende subito, immediatamente. Quindi un giocare con le parole, sui contrasti, sugli equivoci. Qui per es., al 31, c’è un paradosso basato su una contrapposizione: “prime nozze” – “secondo letto”: cosa fare la prima notte di nozze è ormai un problema di secondo letto. E’ una frase arguta, che implica però anche una riflessione, più o meno preoccupata, sullo stato della società. Al 36 (p. 22) si gioca su una paronomasia di due termini che hanno la stessa radice, ma significati diversi: chi è troppo volubile rischia la volatilità. E’ un caso simile a quello del poeta che inspira e dell’aforista che espira. Più simile ancora (stessa radice-diversi significati) è il 42 (p.24): se muta la scenografia, la sceneggiatura non è più la stessa.
Ma continuiamo a smontare i meccanismi retorici (Naturalmente è anche un pretesto per mettere in luce gli aforismi che mi sono sembrati più efficaci.) Il 47 (p.26) è giocato sul contrasto tra un accrescitivo e un diminutivo: febbrone e febbretta. L’innamoramento è un febbrone che guarisce in breve, se persiste in cronica febbretta, è già affetto. L’aforisma si può trascrivere come una proporzione:  innamoramento sta a febbrone come  febbretta sta a affetto. Tutto sta poi alla valenza che si vuol dare alla parola affetto: commiserativo? o positivo?(nel senso che l’affetto è un savio superamento di quella temporanea follia che era l’amore-passione). Segue una freddura (un po’ cinica) basata sull’ambivalenza della parola panoramica (strada panoramica o radiografia): ormai sulla panoramica si affacciano più che altro i dentisti. E’ spiritosa la forma: perché dopo “affacciano” il finale è a sorpresa, perché i dentisti non ce lì aspetteremmo lì, affacciati sulla panoramica. Il 57 (p. 28) sfrutta ancora l’omofonia di due termini di diverso significato: grato e graticola: l’umanità è sempre grata a chi sale sulle graticole. Bisogna dire che è davvero ficcante, anche se cattivello nei confronti del culto dei martiri. E’ simile al caso di volubile e volatile. Ma qui la frase risulta ben più efficace. Un altro (65, p. 30) mostra un gioco più sofisticato: battibecco e batte il becco: penso che si possa etichettare come una “figura interna”: il battibecco batte il becco dove l’ala è spezzata. Mi sembra tra i più fantasiosi per via di quell’effettaccio surrealista dell’ala e del becco. Ancora un altro altrettanto sofisticato: una incorruttibile fermezza d’animo impala l’anima: qui c’è anche un contrasto di tonalità tra i due membri della frase: all’inizio un tono intrepido e solenne che sembra portarci chissà dove, quel che viene dopo è un pugno nello stomaco. Oltre al bisticcio animo-anima (ma non mi pare proprio nella connotazione jounghiana), l’attenzione se la prende tutta quell’insolito verbo da torturatori turcheschi: impala (che qui poi vuol significare soltanto: indurisce, irrigidisce). Poi ce n’è un altro da mettere accanto a quello della “graticola”: un altro bisticcio di parole omofone ma senza legame semantico tra loro: una eccessiva prudenza può far prudere per tutta la vita. (67) Che è un altro ammonimento contro l’eccessiva lentezza. Cauti sì, ma un tantino si deve pure osare.  Ma subito dopo (68) un po’si contraddice quando fa le lodi dell’”uscita di sicurezza”: si entra più fiduciosi sapendo che c’è anche una porta sul retro. Bello anche il 72: chi ha due facce è per averne almeno una sfacciata (un po’ lo spirito di Oscar Wilde). E ce n’è pure un altro che tira in ballo le facce di Giano: 166, p.58.: il corretto pensiero nasce dal dialogo tra le fronti di Giano. Rimaniamo alla “fronte": la fortuna bacia chi ha la fronte. Qui spicca la risorsa della brevitas, che è, direi, condizione necessaria, anche se non sempre sufficiente. (Per esempio il seguente 167  assicura la concisione, ma non tanto la perspicuità: la si annusa la falsità (?): qui viene addirittura il sospetto che sia caduta qualche parola). Ben più efficace, a proposito di brevitas il 103 (p. 4°): non è alzando le spalle che ci si eleva. Alcuni sono di genere, colme dire?, funerario. 80 (p.35): a volte sembra che la vita stia lì a infastidire la morte. A parte la forza dell’imprevisto “infastidire”, da notare la prospettiva rovesciata, per cui l’elemento positivo sembra essere la morte (che è seccata), mentre la vita (evidentemente troppo strascicata) ci fa la figura peggiore. Ce ne sono almeno altri tre di carattere mortuario a p. 42. Il migliore (col 108) mi sembra il 112, quello degli scheletri nell’armadio, per via di un porgere assai sofisticato: chi ha scheletri nell’armadio, siede cadavere in salotto. Decisamente surrealista. Un surrealismo più bizzarro, che gioca più che altro sui suoni delle parole è quest’altro: chi promette a vanvera sparge ottimismo a grandine. (114, p. 43) (A me sembra di capire chi è che S. aveva in mente). Un altro carino è questo sui traguardi, costruito bene esasperando una frase fatta: non si bruciano le tappe incendiando i traguardi. E ce n’è almeno un altro paio sui traguardi (anche se mi sembrano più deboli): 74, p. 34 e 122, p. 44: gli ultimi sono sempre i primi a denigrare i traguardi e chi non ha traguardi propri lancia frecciatine a quelli altrui.
Altri particolarmente notevoli: vedi elenco in rosso.
 Potremmo fermarci qui nel segno di una riflessione che, in forme più spicce, si richiama niente meno che Leopardi: già alla nascita ci pregano di farcela. (138, p. 48):  …in sul principio stesso / la madre e il genitore / il prende a consolar dell’esser nato. Chapeau a Leopardi, e chapeau a S., che ha così tante frecce  al suo arco per far centro sia in versi che in prosa (e con la grafica pure).

Roberto Pagan