Silvana Baroni

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Nel circo delle stanze

La qualità decisamente alta della poesia di Baroni era già evidente nel libro Il tallone d’Achille di una donna, edito da Fermenti nel 2002. Vi si possono leggere testi eccellenti, come quelli a pagg. 32, 33, 49. Da un verticalismo e strettezza d’impianto Baroni passa nell’ultimo libro, sempre edito da Fermenti nel 2006 e intitolato Nel circo delle stanze, all’occupazione quasi intera della pagina. Ripensando alla produzione di humour graphic, agli scritti di satira e costume dell’autrice, potremmo dire che solo l’umorismo può viaggiare nell’immensità. Quest’ultimo lavoro però è di tutt’altro genere e a motivi non certo tipografici, va riconosciuto il forte balzo in avanti dell’autrice. Uno dei maggiori interessi del Nel circo delle stanze ritengo sia dato da una più insistita coscienza del degrado esistenziale di ognuno di noi, quindi della realtà e, conseguentemente dalla cacciata definitiva del “dolorismo” dal proprio comportamento esistenziale. Nei lavori precedenti era comunque evidente che tutti i sensi umani interessano Baroni, tranne la sottomissione alla sofferenza, quello che ho definito “dolorismo”, nei confronti del quale è sempre stata impaziente. Allora, l’ironia era la sua arma principale di difesa. Nell’ultima produzione, sostengo che ironia non c’è. In che modo quindi può cacciare da una realtà che non è certo il paradiso, un elemento che di tale habitat costituisce una delle travi portanti? Come può distinguere dolore da “dolorismo” senza la scappatoia dell’ironia? Io credo con la sproporzione, che ironica non è. Cambiando cioè le dimensioni, invertendo i termini. Barando, certo. Ripeto, un siffatto procedimento a mio avviso non ha niente a che fare con l’ironia, giacché se questa ci fosse, presupporrebbe un atteggiamento di difesa. Se è vero, ed è vero, che il dolore (non mi allargo sul concetto per ovvi motivi) è la categoria più “bassa” della condizione umana, e che l’ironia si solleva proprio nel punto in cui il dolore si abbassa ancora di più, diventa più invadente, si superqualifica, vero è che l’ironia difende. Tolta di mezzo, nei propri movimenti esistenziali, la sottomissione al dolore, non come esistente ma come causa efficiente, ebbene, diciamo che l’ironia cade. Il termine ironia, lo sappiamo bene, è uno dei più inquinati e quindi poco trattabile, però a me sembra che si ironizzi su uno stato di cose allorché si definisce come migliore o liberatorio uno stato oggettivamente peggiore del precedente, senza uscire dal contesto. Cioè, l’ironia è strettamente legata a un senso di sofferenza. Allora perché, se il mondo comunque è tragico, questi testi hanno un loro potere, nel senso che si impongono e che da subito ci intrigano con il loro taglio ontologico? Perché costituiscono una alternativa di lettura della realtà e del relativo comportamento nei suoi confronti. Baroni, in tutti i componimenti del Nel circo delle stanze porta alle estreme conseguenze un esercizio di simulazione. Questa è la sproporzione di cui parlavo all’inizio. Ripeto, soffrire è anche vivere in maniera inadeguata una situazione non necessariamente squallida o dolorosa, anche senza nessun crisma formale di degrado, ma per motivazioni anemiche soggettive. Se soffrire, per assurdo, è anche inconscia produzione di sintomi in assenza di realtà, Baroni interferisce con il reale in modo del tutto differente. Con un processo di simulazione di quel che sente o potrebbe sentire, ci e si offre da distanza o dall’alto una elencazione panoramica di molti “oggetti” di sofferenza, in modo tale che ne resta incontaminata. Chirurgicamente separa sé da loro, quasi solidificando quel che tocca. Credo sia banale dire che non è separabile dolore da scorrimento, che c’è comunicazione, in tal senso, solo fluidità. Aggiungo che da subito si ha un’ulteriore idea leggendo questi testi, e che ricollega perfettamente Silvana al suo originalissimo istinto creativo. Sembra che la Baroni sollevi il reale, lo stacchi come un immenso affresco al muro e sulla sinopia rimasta ridisegni a memoria la copia perduta e originale del mondo. Ne vien fuori – e per me questo è uno degli incanti del libro – una gigantografia dell’universo guardato bene dall’autrice e accresciuto dal suo personale senso del bello. Il gusto della bellezza è una esigenza vitale in Baroni; non possiamo non tenere presente questo nell’esaminare ogni settore della sua opera, quella sorta di orto botanico che ci si spalanca davanti. Prendiamo, per fare un esempio, la parte finale della poesia “la misura dello scambio” a pagg. 33 della raccolta “Il tallone d’Achille di una donna”: …i passi li misuro /che non siano troppo corti troppo lunghi /in ogni caso preferisco la rivoluzione da ferma /guardare il cielo che tira su la schiena /ed io a bocca vuota con gambe pallide /portarmi lentamente fuori città /il mio sogno è una casa fuori città /essere la donna in-cinta fuori città /sperare con altri fuori città che la città non esista/ perdermi dietro la coda dei cani/ nel buco d’un ragno essere la crisalide che ricorda quel che l’uomo dimentica… e compariamola con la prima poesia dell’ultimo libro: …la formica è nuda sulla sedia /ho la lente funeraria e la vedo piatta liscia disidratata /scopro che le formiche invecchiano e muoiono di notte inumate nel vaso delle bianche azalee /penso e scommetto su quello interrato quindi torno agli inutili esercizi da camera seguita a vista da un metronomo /Con le braccia sulla traiettoria degli stinchi respiro così che la polvere va giù e divarica dentro /guardo in alto,il decoro delle nuvole è sempre più in alto e al centro un isterico baratto impedisce da sotto l’impalo /La miglior fuga è camminare camminare camminare…sorpassare le formiche che muoiono. Rileviamo come la materia poetica del proprio vissuto, per dirlo in termini correnti, della Baroni, nella seconda poesia si riveli più concentrata, intensa e, nonostante la fragranza metaforica, più drammatica, tanto che si ha l’idea di leggere un breve manifesto programmatico della sua condizione animica. Nella prima composizione Baroni è ancora nel divenire: c’è desiderio, movimento, verbi al congiuntivo, siamo insomma nello stato di dissimulazione. Baroni ammette di voler essere quello che in effetti è. Nella seconda simula, in quanto finge di avere ciò che non ha. In entrambi i casi c’è principio di realtà. Qui Baroni è la “la formica nuda sulla sedia”, descrive se stessa nella condizione psicofisica dell’insetto, scopre tempo e modo della loro morte comune. Poi si stacca dall’immagine, ma è la stessa formica che va in camera e fa gli esercizi ginnici, e quando Baroni conclude che “la miglior fuga è camminare camminare camminare…”il suo spostarsi è in effetti la motorietà ossessiva delle formiche. Mi piace anche sottolineare che, in questi testi dell’ultimo volume, l’animalità è presente in modo diverso da quel che è; non come elemento naturale autonomo. Baroni, cioè, usa animali o parti di essi come fossero pezzi del proprio corpo, in un’assimilazione quasi chimica, eliminando in tal modo la differenza tra le specie. A mio avviso anche ciò fa parte del suo spinto senso del bello, senso che in questo volume è uno degli aghi ritraccianti quella che abbiamo definito la copia del mondo originale perduta. C’è, in questa poesia come in tutti i testi successivi, una tale eleganza di sguardo (che ovviamente è contenuti, novità, composizione tecnica, linguaggio metaforico ricchissimo) che consegna Baroni a un taglio alto sopra tutte le minestre rifatte di questo mondo o ostilità di ambienti degradati, persone più o meno scadenti, amori deboli. Tutta questa massa reale rimane come appiattita e resa innocua sotto il suo volo alto e decisamente altro da essa. Senza però che sia tolto un briciolo di passione a questo ritracciare le distanze a modo suo. Assistiamo perciò, con Nel Circo delle stanze, a un percorso artistico della Baroni che, da un’iniziale forte vocazione umoristica – ricca anch’essa di pathos e aristocratica bellezza – arriva all’eliminazione direi “statutaria” dell’ironia, bruciata proprio per distruggere il gusto o l’accettazione della sofferenza come “dolorismo”. Mi sembra questa la sorpresa più importante del suo lavoro creativo. La giudico una delle forze estreme, assolutamente nuove e perfettamente calibrate del libro. Perché, ripeto, Baroni non sostiene che dolore o sofferenza siano forze alienabili dalla faccia della terra, anzi. Mette sotto i nostri occhi un “giardino di delizie” alla Jeronumus Bosch. Ella evidenzia solo la propria volontà di distruggere ciò che la sua ricostruzione sinopica del mondo ha fatto di tali forze: la riduzione di queste a simulacri. Quindi, la sua scienza del bello, irriducibile a niente altro da sé in quanto scienza, non aveva altra scelta.

Cristina Annino