Silvana Baroni

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Nel circo delle stanze,Fermenti edizioni, 2006

Il circo di cui dice il titolo è al tempo stesso un circuito spaziale, un tracciato esistenziale e abitativo, da appartamento, da strada, da ospedale, e un’allusione meta-archeologica alla forma metrica della stanza intesa come componimento. Parafrasando il Poliziano, potremmo anche scapricciarci a pensare a uno stravolgimento del tipo Stanze per il circo, viste le abbondanti presenze zoologiche, perlopiù di stazza minima o media che guizzano per le pagine del libro. La distinzione tra misura versale e misura prosastica è praticamente abolita. Magari si potrebbe parlare di una versificazione estremamente dilatata, ipermetra, fatta di flashes fulminanti coricati in uno spazio molto geometrizzato e insieme elastico, molle, e dove scattano sghignazzamenti malandrini come fotogrammi di un film cattivo, o esplodono immagini di nitida assurdità, fin dalle prime battute: “ La formica è nuda sulla sedia/ ho la lente funeraria e la vedo piatta liscia disidratata / scopro che le formiche invecchiano e muoiono di notte inumate nel vaso delle bianche azalee…”. Fatto sta che, estremizzando su questa indistinzione, Silvana Baroni la rimarca anche affidandosi a caratteri grassetti maiuscoli che fanno da portinsegna nel corpo di uno stesso rigo, o verso che rifiuta l’a capo. Potremmo anche supporre di trovarci di fronte a un surrealismo privo delle enormi idealità e velleità di quello storico: qualcosa a cui si ricorre come a un puro, disperante armamentario di metafore e di tic residuali. Altro l’epoca non consente, altro non consente il nostro triturato quotidiano: e l’intelligenza di Silvana lo sa, presa anche lei come tutti in ciò che un verso della prima sezione del libro definisce “ un ingranaggio delicato che rallenta modanature del vizio della vita”. Vivere non è più un mestiere, come voleva Pavese. E’ un vizio: uno stato irrimediabile da cui un autore si difende con la scrittura, e magari con la lettura: ciò che Valéry Larbaud chiamava “ce vice impuni”. La Baroni, come ogni autore degno del nome, si legge mentre scrive. Insomma, opera con la necessaria consapevolezza degli equilibri e degli squilibri sintattico-linguistici. Presa nella tagliola esistenziale, neppure si sogna di celebrare come che sia il proprio io. Lo osserva col dovuto sospetto, non di rado come un’entità ostile. E’ appunto questo che le permette la giusta distanza dal magma che chiamiamo psiche, inconscio, pulsioni, automatismi, atti mancati etc…tutti materiali che una come lei, medico che traffica con il loro lato notturno e angoscioso ( e insieme con la loro nomenclatura analitica ), vive come fatti e come parole-senso in una medesima stretta. La fenomenologia del libro della Baroni è, alla fine, tutta risolta sulla linea dello sguardo. La vita preme e opprime, ma la sua definizione coincide col controllo linguistico – come dire, di senso – su molti dei suoi agguati. Ecco allora che la griglia della scrittura, pur disposta a un’accoglienza teoricamente infinita di occasioni e di eventi, non può che stringere in un controllo ferreo il piccolo caos del proprio Erlebnis complessivo. In questo caso, la griglia è il libro il cui nome è Nel circo delle stanze: e anche tecnicamente, in vari passaggi del testo si vede, quasi come in una“ dimostrazione”, la fermezza di un metodo di autoregolamento, che è la cifra del linguaggio. La nonchalance dell’approccio, talora perfino sbarazzino, non implica leggerezza o gratuità: Silvana Baroni è soprattutto interessata all’impegno formale, e con la forma appunto non smette di fare i conti, spostando continuamente l’asse del proprio sperimentare da un tipo di manufatto a un altro, alternando nel montaggio di questi suoi vividi “racconti”, di questi suoi pezzi tra l’onirico e l’iperrealista carichi di visività - e non si dimentichi che la poetessa è anche un’artista visiva e una narratrice toto corde (Alambicchi, Manni 2005) - la metafora aperta, l’unghiata di uno humour freddo, la riflesssione aforistica. E’ l’atteggiamento plurale di chi non si accontenta di morire o di godere entro la circonferenza del proprio ombelico, per cui non fa un gioco sempre identico a se stesso, ma corre il rischio della diversificazione antilirica, in una pratica della contraddizione che resta il segno di riconoscimento delle più interessanti scritture dei nostri anni, in cui continuano - quasi per una condanna senza fine a prolungare stucchevolmente l’inclinazione più diffusa della nostra tradizione poetica – a dominare il pathos di primo grado e l’esibizione dei sentimenti senza filtro, come sigarette da fumare senza pensieri. La poesia, potrà anche dispiacere ma è così da sempre, è pensiero formalizzato: e si contrappone inesorabilmente alle viscere, anche quando sia terribilmente intrisa di carnalità. Baroni sa che il poeta è un costruttore di sistemi, un lucido architetto di strutture. La carica emozionale e talora disperata e autodistruttiva del suo libro non è sminuita da questa consapevolezza, ma sicuramente accentuata. Si legga, ad esempio: “Domani sarò nel polmone di un’altra città a ingrandire il paesaggio a ritrarmi nella bocca Anche la bocca ha il suo angolo di tavolo dove appartarmi dai baci Voglio cadere guasta da un albero dopotutto un corpo ha pace se maturo se guasto Voglio guardare da un viso distratto girovagare nel verde dove l’anima ha pace se alta e distante Voglio essere acqua pigra che s’addormenta un animale che s’arrende”. E ancora: “Che tristezza ricordarsi di far godere la carne /che tristezza godere nella carne cose da ricordare /uniti dai coltelli da una reciproca macellazione e dal mattino coi suoi attributi irragionevoli”. Il gioco si alterna con una piroetta all’angoscia, in un microautoritratto ironico, paradossale, umiliato: “Io in una casa di pazzi ho sempre ragione e quando scendo dai miei ragionamenti sono felice /ho sul mento una grigia barbetta da capra”. Nessuna esaltazione dell’io lirico, ma anzi una sua diminutio lievemente oltraggiosa. Malgrado la limitatezza dell’orizzonte in cui anche progettualmente si muove, il circo di Silvana non presenta un’ombra di minimalismo, perché la poetessa non coltiva neanche di striscio la filosofia giustificazionista di questo atteggiamento rinunciatario e alla fine evasivo a dispetto della sua puntigliosità descrittiva. Ella giudica lucidamente le cose, i fatti e se stessa nei fatti e nelle cose mentre osserva l’addensarsi del magma mondano: direi che dentro il molteplice fissa l’uno nella sua singolarità significante. Per incamminarsi sempre dentro l’esistenza fluida, pare allestirsi i suoi inciampi: segno di coscienza critica sorvegliata che regola debitamente l’energia dell’immaginazione. Di qui, ripeto, una lingua che trova di volta in volta la propria forma e si dà i suoi ritmi, mutevolissimi e inchiodati. Nel circo delle stanze, così, è fatto dello scorrere delle immagini e delle riflessioni in una sequela di argini ostruiti. Il tempo della srittura si spezza e si ricompone quasi senza soluzione di continuità: e tutto, dai sensi ai sentimenti ai gesti ironici così spesso rivolti verso se stessa, a specchio, è intelligentemente sottoposto a uno straniamento sottile, con un gusto crudele del ribaltamento delle situazioni, per cui in questo libro il je, iuxta Rimbaud, è sempre davvero un autre, in una dura partita di responsabilità, sia nei confronti della vita che della scrittura.

Mario Lunetta