Silvana Baroni

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Nel circo delle stanze Fermenti ed. 2006

NAUFRAGI: ESTERNO GIORNO, INTERNO NOTTE

Silvana Baroni si distingue dagli avventori più o meno casuali delle Patrie Lettere, avendo coltivato nel profondo l’ambizione di scrivere qualcosa di diverso, per questo se ne sta col muso rivolto a terra e non teme di sporcarsi con gli eventi, con la lordura del presente, in apparenza magnifico e progressivo; per questo ha composto un libro fatto di sguardi che scorticano la superficie televisiva della realtà, scrutano, sezionano, fissano di sbieco, afferrano di sguincio le cose. Mettere a nudo la vita è quanto con impietosa franchezza avviene Nel circo delle stanze, i cui versi sono dettati da una forza primaria, morale e spirituale, che è impossibile attribuire a un carattere fortuito di scrittura. Nel suo cammino vitale l’Autrice annota, come in una sceneggiatura, controsensi e fiacchezze, miserie e larvali speranze che sono sotto gli occhi di tutti, se solo si trova il coraggio necessario per spostare il lastrone del sepolcro-benessere (“Voglio guardare da un viso distratto girovagare nel verde dove l’anima ha pace se alta e distante”, Ultimo giorno in viaggio). Inoltrandosi in quest’orrido circo il lettore è costretto a seguire il percorso obbligato di corsie tremende, dove minestre insipide, minestroni irranciditi, telegiornali cancerogeni per la mente misurano la qualità dell’esserci nella composita sarabanda sociale: in alto tutto è sprangato, inaccessibile, sebbene la sensazione di clausura venga mitigata dal decoro delle nuvole, o dalla ripetuta musica stellare; in basso tra sangue e letame si raccontano apologhi con formiche funerarie, mosche che abbisognano di zampette per calibrare il volo, ramarri e moscerini nell’orchestra del deserto, rospi temerari sulla piazza degli uomini; in mezzo una scena assurda, affollata di comparse, tra queste figli di puttana che fumano Marlboro, guardacessi che indicano un letto, vecchi inetti a sopportare il peso dei loro ultimi giorni (“vecchi infastiditi fastidiosi siedono tra lampioni d’anima vuota - superstiti sgusciati dal tempo svendono gli occhi”, Fuori l’estate). Nel circo delle stanze è un’opera multipla nella quale si intrecciano forme espressive, linguaggi e codici disparati: dai blocchi compatti di scrittura allucinata, ai capitoletti, brevi o brevissimi, razionali e sentenziosi, alle inquadrature cinematografiche da noir francese, alle travature surreali e visionarie che innervano l’intero progetto di scrittura (“già i morti orecchiano da un rubinetto a getto o da un revolver”, Poeta). Capace di risciacquare e mondare la coscienza, di tenere il conto delle disillusioni e di prendere licenza dalle visioni prefabbricate, Silvana Baroni si affida ai modi strani e alla faccia sgherra della poesia per osteggiare inettitudine e svogliatezza, mancanze e fallimenti del nostro tempo (“se esisto se scrivo se ho pazienza al quinto piano di un destino quotidiano”, Croce). Il lettore non viene afflitto dalla solita querula lamentazione sui mali del mondo, elencati da chi si imbozzola caldamente e comodamente nel benessere, piuttosto registra un autentico tempo di edificare, nel senso che l’Autrice crede alle possibilità della parola di dare voce alle esperienze umane e umanamente partecipabili (“disingrano un guizzo di voce appassionata”, Una croce). Come si inserisce Silvana Baroni nel circolo, o meglio nel circo terreno di produzione socializzata e consumo individuale? Spezzando il cerchio, restituendo a ciascuna monade-uomo sentimenti propri e desideri collettivi, tutto ciò reso in termini letterari antilirici e non autoreferenziali: gli schemi vanno rotti e perseguite altre prospettive come la dis-locazione semantica, per cui impressioni, ricordi, scatti d’umore, sogni vengono rappresentati con accostamenti apparentemente gratuiti, in vero epifanie fulminee, slargature visionarie che gettano luce sulle ombre inquiete delle cose e sul loro senso ontico (“Qui dall’angolo più acuto di un panorama insolito vedo le coste fili di malinconia per labirinti d’aria un orlo sfilacciato dal nero delle tasche del mondo”, Sperpero di bussole). Nel circo delle stanze fa pensare alle tessere di un mosaico (o a un pavimento per restare alla metafora del titolo), ricomposto in un disegno unico all’insegna di registri psichici inediti e nei termini di un’assoluta oggettività, in quanto ogni riflessione, affetto, anelito spirituale deve essere districato dal groviglio materialistico odierno per poterlo assegnare a una nuova identità non più banale, ripetitiva, soffocante. Se l’esistenza si conforma a una prigione, a un incubo senza risveglio, a un luogo declive, periclitante in chissà quale baratro, la poesia deve strappare alle nostre paure qualche breve varco estatico, gremendosi di attese, di avventi, di sovradeterminazioni (“Nella calma dei tondi cuscini così morbidi ravvicinati e attorno/nel progetto di sorrisi più cauti estasiati sornioni ci regaliamo il presente/l’erba piegata sugli argini e un pesce d’aprile”, Togliamo i numeri dal tempo). Nel circo delle stanze presenta tre chiavi esplicative, dispiegate nelle tre sezioni in cui il libro è diviso: Ortiche di sapienza (la relazione dialettica fra relativo e assoluto con l’avvertimento di quanto incompiuta sia la conoscenza razionale, se non integrata dall’irrazionalità dell’atto psichico), Affetti collaterali (le apparenze del sentimentalismo e l’essenzialità del sentimento), L’organza dalle maniche larghe ( lo spirituale nell’arte e il ritorno allo stupore, alla meraviglia delle cose minime, senza valore materiale). Vengono toccati tre registri: metafisico, psicologico, morale per intercettare i galleggiamenti di differenti strati di realtà, per mettere in scena personaggi invecchiati, oppure giovani con il tarlo del tempo che li invecchierà, mentre al mezzo si dipana la vita da riempire con aneddoti, frenesie, miti, giusto per non soccombere alla noia e alla nausea: il mondo occidentale viene interpretato come un estenuante cadere e corrompersi a fronte di salvazioni inavvertite e impercettibili. Scomodamente a dorso d’inchiostro, la taumaturga-poeta Silvana Baroni (non a caso scrittrice e terapeuta) spalanca le pupille con effetto di straniamento, mentre la voce sterza verso una dizione documentaria e tagliente allo scopo di evidenziare che non esiste un universo unico, ma tanti universi quanti la nostra mente è in grado di proiettare e chiamare all’esistenza; la stessa multiformità e pluralità di codici espressivi sta a significare che una visione del mondo si compone di infinite parziali identità, analizzate nella loro dimensione clamorosa o fallimentare (“In un pugno chiuso la tazzina le scarpe riverse da un naufragio - Rotaie si cercano fra loro spezzano presenze di bambole e torri -Tutto cade da un morso di briciole - L’ignoto bussa a domicilio”, Sperpero di bussole). Il circo si tramuta in una sorta di officina/fucina dagli spazi tristemente incombenti, oppure sotterranei e perigliosi, dove è difficile gestire voci e rumori, sovrapposti e confusi dalla distanza, così il gioco tra tono alto e basso, la commistione dei livelli, l’uso di metafore corpose, l’intonazione surreale della frase, il tenersi assieme dei termini, attraverso lo scarto e la mescolanza di figure distanti tra loro, determinano un’interessante moltiplicazione delle possibilità fruitive della scrittura, che si muove fuori e dentro la scena, teatralizzando il dire, catturando il senso del reale mediante i connotati variegati della denominazione (“Il sole scende in orecchini di morto corallo da un cielo dimentico/è una fiamma ormai muta, reggerà altri balconi altro mondo altri occhi da cane”, Naufragio). Ortiche di sapienza, la prima sezione, affina una piacevole cerebralità (la linea Pascoli-Saba-Bigongiari), si impreziosisce di un lessico scelto e raffinato, dove gli oggetti, consistenti per sé, risultano anche riferimenti mentali e analogici. Silvana Baroni adotta ogni strategia per smascherare gli inganni e le falsità del vivere, collocandosi in una scomoda posizione sghemba, consistente nel condurre il linguaggio in una dimensione metasemantica al di fuori dei normali valori significativi (“Note di musica incravattano il vicolo, a picco la passione di una stella che paralizza/L’inverno pende dalla campana che pende e non suona/la sua vertigine pesa sui tetti su un gruppo cenerino di raggi che al momento son fermi”, Fame di fumo). L’intento è di costruire un sistema di segni autonomi che restituiscano valore e particolarità al soggetto a fronte dei disagi e della deiezione che continuamente subisce: si tratta di un labile, ma tenace richiamo all’assoluto, per il quale la parte (l’individuo) e il tutto (il contesto esistenziale) non sono più messi in conflitto, piuttosto convergono verso il medesimo centro sostanziale e spirituale, alternativo all’inessenzialità del crudo e feroce avere (“di un sorriso riconciliante breve di fede incerta breve”, Ormai). La seconda sezione, Affetti collaterali, trasceglie sentimenti dalla memoria, gli stessi che fanno parte della storia intima dell’Autrice: è sul versante del ricordo, delle occasioni memorabili che si definisce la sua meditazione esistenziale, il suo precario consistere e il suo deciso opporsi alla ripetizione dell’uguale, la sua appartenenza affettiva al mondo, pur nella radicale lontananza dell’Altro, la condizione sociale e politica dell’oggi. In questa direzione la scrittura persegue l’attrazione del lontano, con il ricorso a mescolanze lessicali, impennate gnomico-epifonematiche e pause liricizzate, riuscendo in tal modo a liberare acute impressioni, trasalimenti, intense contemplazioni, oltre che restituire l’urgenza delle emozioni che vogliono esprimersi (“Gli stavo attorno come ad un racconto sempre più incerta poi che fosse amore/finché salì la noia compatta come a chi muore”, Chissà). Nella terza sezione, L’organza dalle maniche larghe, si avverte il sentore di una sovversione, di un’avventura incalzante del pensiero: nella faglia temporale dell’istante la verità irrompe come un piccolo lampo, salendo dalla percezione puramente sensoriale al livello in cui il significante comporta necessariamente la significazione. Quando l’individuo riesce a ritrovare la sua coscienza, dando un nome alla sua inquietudine, allora il linguaggio muove, le parole si danno nella loro autentica natura, richiamando sacralità e pacificazione. Gli stessi battiti dell’inconscio con la loro intermittenza e il loro disordine chiedono di essere ascoltati, riversandosi nella scrittura che, nei casi di vigore evocativo e profondità argomentativa, si fa gesto collettivo, si dispone a un’azione simbolica di incontro, di comprensione, rivolta a ciò che costituisce il contesto esterno. A questo riguardo il dettato poetico riesce efficace se si misura con la sorpresa, lo stupore, la trascrizione dell’inopinato: L’organza dalle maniche larghe riapre spazi comuni che la postmodernità dell’individualismo monodico ha serrato a doppia mandata, manifestando la necessità di decomprimere l’io, abbassando l’eccessiva pressione dell’immaginario che lo vuole massificato fruitore di consumi. La poesia diventa guadagno di spazio, margine: ritempra la condizione spirituale che ignoriamo e che può darsi solo nella parola, corpo a corpo della soggettività con se stessa (“Tutto è molteplice e curva tra le pieghe dei nostri cervelli tra le caselle del fato/tra angeli a salve sparati da un temporale in fuga dal termine scaduto delle cose che mutano”, Ortiche di sapienza). Il centro formale del libro consiste nel passaggio dall’aspra angoscia del nulla al dolore chiaro e cosciente, attraverso l’uso dell’ipermetro, la misura ritmico-armonica rintracciabile nella linea Whitman-Pavese-Pagliarani che Silvana Baroni rimodella dalle cristallizzazioni del passato, oltre che dall’argilla informe del presente. L’ipermetro è un verso epico, a piena voce, nella nostra antiepica età, capace di incenerire gli occhi di chi non sa scorgere un varco al di là dell’attualità immediata. In particolare il verso lungo permette all’Io di non farsi esaurire e inglobare dalla realtà empirica, al contrario testimonia l’eterno bisogno di rivolta degli spiriti inflessibili. Silvana Baroni non si lascia narcotizzare dalla tecnologia, per questo riversa ostinatamente i suoi tumulti interiori in un torrente linguistico che eccede ogni misura canonica, proprio per non chiudersi nell’angusta prigione del versicolo belsonante. Nel circo delle stanze si adombra la legittima attesa di un movimento, ironico (“mi strappo le mani apro gli artigli dieci gargarismi e parlo al telefono”), o violento (“più nudi dello sperma sputato”), per scongiurare la serialità, la standardizzazione che si rapprende quieta e larga dappertutto. Nelle nostre esistenze intorpidite e naufraganti, perpetuamente spiate da occhi elettronici (telecamere piazzate ovunque dai telefonini ai circuiti chiusi), l’Autrice irrompe con l’impeto di parole asciutte e dure che all’occorrenza mostrano quella morbidezza e pastosità che è segno di capacità espressiva: si vede il febbricitante, il ben lavorato, il ben limato: l’eloquenza non è mal collocata né sciattamente esposta, ha la concisa nervosità e energia, lo spirito di uno stile riuscito per argomentazioni, facondia e immagini. Silvana Baroni incide a suo modo nella ratio poetica, non mantenendola intatta rispetto al passato, perché non è più intatto il mondo, ma corroso e ridotto a simbolo di esperienze contraddittorie, proiezioni di una dolorosa sconfitta esistenziale (“vicino al nulla i piedi non vogliono ferite”, A che serve). La vita impara a conservare solo oggetti e ossessioni, ordinando le relazioni interpersonali sulla medesima bieca logica dell’accumulo e del possesso: ne risulta un estenuante combattimento contro la fugacità, la vanità, la dissoluzione delle certezze e la costruzione babelica del dubbio (“Qui la verità è di passaggio”). Silvana Baroni conduce la poesia alle estreme conseguenze gnoseologiche e ontologiche, traendola dagli aspetti mondani più inconsueti e paradossali fino là dove le parole sono ancora piene, fisicamente esistenti, e costituiscono ancora una realtà dentro cui è possibile entrare, sentirsi comunque a casa.

Donato Di Stasi