Silvana Baroni

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“Gli uomini al tempo d’oggi di brevità son vaghi” diceva già nel 1305 Bartolomeo da San Concordio nel suo Ammaestramenti degli antichi. A questa vaghezza corrisponde oggi il twitter, rapido da scrivere, leggere e pensare. Opposto, dunque, all’aforisma: lampante all’apparenza ma bisognoso di riflessione sia per essere concepito, sia per essere sorseggiato e goduto.
Se il twitter è permissivo e populista, aspirando a collegare persino l’ignorante con l’ignorante, siano pure entrambi privi di arguzia, l’aforisma è élitario e intransigente, esigendo cultura o almeno erudizione sia in chi lo compone, sia in chi lo legge. E da entrambi pretende perfidia, prudenza, saggezza, perspicacia, ironia, rancore. L’aforisma, insomma, è per sacerdoti veggenti che ad esso totalmente si dedicano, e per amanti iniziati che ad esso totalmente si affidano.
Il suo campo d’applicazione è infinito come la vita: dalle scuole mediche per la cura del corpo alle scuole religiose per la cura dell’anima; dall’etica, alla politica, dal diritto all’astronomia, dalla guerra alla vanità e alla varia umanità. Tutto è stato vivisezionato e liofilizzato dagli aforisti con intenti di volta in volta pedagogici, pratici, edificanti, sferzanti, divertenti.
Per secoli l’aforista ha preteso di ingabbiare il mondo ed esorcizzarne l’astuzia offrendo pillole di saggezza prête-à-porter, da usare come viatico nei momenti indecisi della guerra, della malattia, della tentazione, della quotidianità. Oggi si diverte a sparigliare i punti cardinali della mappa sociale per contribuire, con i suoi frammenti di sapienza impazzita, a disorientare ulteriormente il lettore disorientato.
Sotto questo aspetto inedito, l’aforisma è “genio e vendetta” come lo definisce Alda Merini. Ma è anche spiazzamento, controsenso, allitterazione, sorpresa, shock, non-sense. Nel piccolo della sua formulazione letteraria, nel grande del suo contenuto esplicito, nel sintetico del suo significato implicito, nel suo essere collage e pach-work, l’aforisma è sfacciatamente sornione, scontroso, rissoso, bonario, curioso, permissivo, moralista, intransigente, cinico, scanzonato. In una parola, postmoderno.
In questo lucido labirinto si è dolosamente ficcata Silvana Baroni, raffinata, boldiniana signora del XXI secolo, che destreggia con eleganza la lingua per descrivere e la penna per disegnare, come fossero altrettanti fioretti con cui infilzare ossimori e paradossi per offrirli, ormai sottomessi, alla nostra pensosa sofferenza.
I suoi aforismi sono edificanti (“Chi ha da perdere, eviti chi ha da guadagnare”); tortili (“Quello che so fare meglio, sta nel non fare quello che non so fare”); effettivi (“Più si tentano giustizie universali, più aumentano le ingiustizie condominiali”); impietosi (“In una società assistenziale, chi è felice e in salute potrebbe sentirsi discriminato”); masochisti (“Infedeltà: ore d’aria per tornare più felici all’ergastolo”); sinuosi (“Chi ha potere dice forse, anche se pensa no a chi spera in un si”); agrodolci (“La vera melanconia sta nel non poterne fare a meno”); onirici (“Hai più di un problema, se tua madre è l’uomo che vorresti essere”); irreversibili (“La vecchiaia è un lento andar via della velocità”).
Con gemme di molti carati, con agopunture così impietose, corredate da graffiti in punta di penna, Silvana Baroni intreccia la ghirlanda amorosa di saperi distillati dalla sua arte collaudata di spiare il mondo con la controllata misura dell’aforisma, dove “la misura non è un limite; è l’estetica della saggezza”.
L’infinitamente saggio doctor universalis Alan de l’Isle, vissuto tra il 1125 e il 1202, allievo a Chartres e monaco a Cîteaux, nelle sue Regulae de sacra theologia dice che ogni scienza ha i suoi modi espressivi: le massime per la dialettica, i luoghi comuni per la retorica, le sentenze per l’etica, i corollari per l’aritmetica, i teoremi per la geometria, gli assiomi per la musica, gli aforismi per la medicina.
Con questa sua raccolta di medicamenti aforistici, Silvana Baroni ci aiuta a decifrare noi stessi rendendoci consapevoli che “fotografare un dettaglio è come raffigurare il mondo a sua insaputa”. E noi, inguaribili curiosi del mondo, gliene siamo grati.

De Masi