Silvana Baroni

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Commento di Luigi Celi su Le quinte le frasche le dune di Silvana Baroni

alta la vetta
ed io il mulo
che ancora va montando
verso l’eco del suo raglio
ho mal di vivere
e mal di denti
siedo all’ombra di San Pietro
sotto l’arcata dentale del Bernini

Questi due brevi componimenti sono le due poesie iniziali de Le quinte le frasche le dune di Silvana Baroni, silloge accompagnata dai disegni dell’autrice (Robin edizioni – To – 2016).
Il 10 novembre, alla Biblioteca Mandela, organizzata da Roberto Piperno, se ne è tenuta la presentazione con il poeta e critico Paolo Carlucci, il poeta e artista Agostino Raff. Silvana Baroni è scrittrice, poeta, pittrice, autrice di teatro, aforista, fa il medico psichiatra. Dico ciò perché serve alla mia interpretazione, la professione ha qui il suo peso, in quanto la poesia e l’arte sono assunte come Cura, nel senso – direbbe Heidegger –  della Sorge, di aver cura di sé, degli altri e delle cose.
Nel “breve dialogo con l’autrice”, in chiusura di raccolta, Paolo Carlucci parla di “necessità etica” con la quale “la parola dice la vita”, ma tutto ciò chiaramente sta a monte della poesia. Quali sono i cardini intorno ai quali ruota la versificazione della Baroni? Balzano agli occhi, in un rimando di chiaroscuri, in concordanza-discordanza, l’ironia e l’autenticità con cui la poeta si manifesta, l’uso agile della lingua nel suo intento iconico-simbolico, l’ispirazione unitaria dell’opera e la frammentazione, l’approccio aforistico, icastico e sghembo di affrontare l’esistenza e di porre in versi l’universo del Sé (das Selbst), la presenza del corpo e dei corpi, e osservo come avvenga che ad ogni riferimento realistico si opponga, per interne opposizioni e ossimori, la metamorfizzazione imprevedibile, a volte surreale e paradossale dell’esito.

al bar cinque ghigni, e al muro
due lancette ad urtare il tempo
(…)
difficile muoverle e al contempo
non offrirsi ridicoli a chi non vede l’ora
di far parte del pomeriggio

In un mondo che perde la memoria e distrugge il patrimonio artistico e urbanistico – scrive la Baroni – “anche Chagall siede a terra”, l’immaginazione non è certo al potere… A contrappeso dei suoi voli surrealisti i versi sono materici nel loro fondersi con le cose, abbiamo parole-alberi, parole-uccelli, parole-frasche, parole-umori, parole-immagini in uno sfregamento antinomico che li accende per brillare ed essere arsi. Per quanto innervata di concretezza, questa poesia è funzionale all’invisibile e al non detto; in alcuni testi fa capolino un’oscura intuizione di trascendenza, forse presentita come oggetto di una salvezza più estetica e poetica che religiosa, comunque tale – come sosteneva Rachel Bespaloff – da “non soffocare il tesoro di incertezze che rendono alla vita un senso inesauribile”. Di aperture religiose Wittgenstein era maestro. Scrive nei suoi Quaderni 1914-1916:
“Credere in un Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto. Credere in Dio vuol dire vedere che la vita ha un senso”. Qui, però, nel testo della Baroni è proprio il senso che sembra fluttuare pericolosamente sul ciglio di un baratro; pessimismo della ragione che tuttavia si trasforma in ottimismo o volontà di lotta anche attraverso l’arte. Le oscillazioni semantiche – un modo per attenuare “terrore” e “orrore” – tradiscono anche, lo dico con grande rispetto, un qualche conflitto interiore… la tensione verso l’alto viene subito sottoposta alla prova difensiva della corrosione ironico-scettica.
Cito a specchio due componimenti antinomici (nel senso sopra segnalato), ne potrei citare altri:

è un grattacielo troppo alto
per essere visto dal basso
per intero
ch’è sua natura poi
tendere all’invisibilità
in quei giorni di pioggia
nei quali tutta la città usa
chiudersi in ombra
diffidente e sconsolata
a fare il solitario
la madre non le permise
di uscire dal confessionale
dalle mura della Basilica
alla poveretta da ogni crepa
del costato usciva sangue
il medico legale
si specchiò nel cratere della giovane
alla ricerca del divino lapillo
alla lunga diagnosticò
ch’era santa e di lava

La poesia si integra sinergicamente, come in altre opere dell’autrice, con la rappresentazione fumettistica, disegni dove lo spazio vuoto è importante come il segno grafico che a fil di ferro funge da appendiabiti della metasignificazione. L’autrice è per altro una straordinaria pittrice, che usa nei suoi quadri magistralmente il colore.
Dietro “le quinte” si copre, scopre e illumina ogni opacità dell’ente con lo scandaglio dell’invenzione e “la corrosione aforistica”. È come dire che la peculiarità denotativa dei versi ci obbliga a bruciare ogni paratia o ad aspettare che oltre il velo appaia un qualche segnacolo o maschera di verità. La struttura dei versi a frammento riproduce la frammentazione dell’esistenza, per quanto il frammento sia posto a inizio di un impegno a trascenderlo.

ci vogliono stelle vagabonde
rigorosi universi di comete
perché la poesia non sia
il trito da mezzaluna
il pesto di un anelito braccato

Il ruolo dell’ironia è anche quello di alleggerire l’arido peso della riflessione filosofica significata dalle “dune”, e tuttavia ciò fa lievitare i germi di consapevolezza rendendo relativo quel che potrebbe essere scambiato, a ragione o a torto, come pretesa d’assolutezza. Mentre si abbassa il tono, ci si accosta alle cose per metaforizzare e non per fotografare la loro ottusa datità. Diceva Wittgenstein: “Si può concepire la mera rappresentazione presente sia come la vana immagine momentanea in tutto il mondo temporale, sia come il mondo vero tra ombre. Ma ora finalmente è da veder chiara la connessione dell’etica con il mondo”. Ho più volte apprezzato gli interventi di Giorgio Linguaglossa sulla relazione soggetto-oggetto, anch’io sono intervenuto sull’ “Ombra delle parole” proprio in riferimento a questa vexata quaestio. Il soggetto oggi appare sfaldato, la “rivoluzione copernicana” kantiana non è riuscita del tutto a restituirci sul piano trascendentale ciò che l’empirismo critico humeano aveva dissolto, perché non era una questione meramente filosofica quella che si poneva nel moderno, ma un problema più complesso, strutturale, come vide in anticipo Marx. Tuttavia le dialettiche hegeliana e marxista, soprattutto quest’ultima quale “scienza assoluta dell’intero”, si sono convertite in totalitarismo, riducendo ogni cosa al progetto della ragione e della praxis, e hanno finito con il respingere tragicamente quale scarto sovrastrutturale l’umanità. Anche il movimento verso la globalizzazione favorisce processi centrifughi, l’alienazione e la frantumazione delle relazioni umane, per cui l’appercezione del soggetto si fa quanto mai difficoltosa e contraddittoria. La crisi dei valori va di pari passo con la dissoluzione dei rapporti sociali, l’espropriazione dei mezzi di produzione e i trasferimenti della ricchezza privata (immobiliare e mobiliare), da parte dei governi indebitati, verso le banche e le multinazionali finanziarie, toglie al bourgeois la certezza della sua stessa possibilità di esistere. Ciò investe la comunicazione, la stritola attraverso l’onnipervasività dei media in mano ai vari potentati, per cui avviene che il processo comunicativo si muti spesso in una sanguinosa “rossa prepotenza”. Scrive la Baroni:

ossa prepotenza
scegliere un fatto e parlarne
per voce di un altro

Buona parte della cultura laica moderna sembra essersi svincolata dalle garanzie trascendenti dell’esistenza di un Dio Padre, scambiato con il padrone (vedi Marx), o per averlo visto come “illusione” e sintomo ossessivo di una irrimediabile nevrosi (Freud). Lacan parla di “evaporazione del Padre”, ma per l’assenza del padre i figli sono caduti in un’irrimediabile orfanezza. Una conseguenza è il senso di sperdimento conseguente alla “morte di Dio”, affermata da Nietzsche – “Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? …” – da qui anche la perdita della certezza dell’io, non dico tanto come cartesiana “res cogitans”, ma come zoccolo duro di una appercezione di sé a cui comunque si riconosca un’ineliminabile problematica dinamicità. L’io (das Ich, in Freud) appare come escrescenza psichica, instabile struttura di mediazione tra forze contrastanti, Es e super io. Più complesso il Sé (das Selbst) junghiano, dinamicamente mirato all’individuazione (Individuationsprozess); il Sé non è un epifenomeno del corpo ma “un’esperienza” che si spinge negli aperti orizzonti del possibile (das Mögliche)… Resiste forse nella mistica o nell’inesausto mistero della fede l’idea cattolica dell’anima come persona/progetto (Logos) che ingloba il corpo in un unicum a cui è garantita l’immortalità dal suo Archetipo Personale, “a Sua immagine e somiglianza siamo stati creati”. Creati per mezzo del Logos e in vista del Logos (Parola/progetto) in “Cristo siamo stati risuscitati”… Ciò che sarà è già avvenuto nell’eternità di Dio e non c’è da temere “coloro che uccidono il corpo”. Notava nei Quaderni Wittgenstein: “L’Io, l’io è il mistero profondo! L’io non è un oggetto”. E poco prima aveva scritto:“Se la volontà non fosse, non ci sarebbe nemmeno quel centro del mondo che chiamiamo l’Io e che è il portatore dell’etica”. E nel Tractatus logico-philosophicus aveva acutamente dichiarato: “Il senso del mondo dev’essere fuori di esso (…). L’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale (Etica ed estetica sono uno)”. Tuttavia, se ritorniamo alla Baroni scopriamo come per lei tutto s’arresti dinanzi “al primo grappolo di favola”. Il dubbio sta acquattato “dietro la lapide”, e “l’aldilà” le “appare arcuato”, ripiegato sul mondo come lo spazio curvo all’orizzonte: “al di qua solo punti a croce/d’una sindone azzurrina/ ho volato su tappeti a cercarti/ fino al vortice dei minareti/ ma ora, sesamo!/ perché questo vortice di foglie?/ perché non m’apri?”. Versi, questi, che considero bellissimi nel loro porsi quasi come un’impossibile preghiera a un Dio impossibile eppure radicalmente Desiderato… Per chiudere, avendo parlato già delle “quinte” e delle “dune” occorre fare un cenno alle “frasche” – simbolo della “naturalità dell’uomo”, della sua “creaturalità” -,  dimensioni terrene che sembrano solo in parte (abbiamo visto) appagare la poetessa. Il corpo s’infrasca negli umori della vita, si dibatte nel suo sottobosco tra piacere fisico e angoscia. Il divertissement  anche del poetare – “seria è la vita, allegra è l’arte”, scriveva Schiller – sono una riprova del carattere erotico (di un erotismo lato, diffuso) di questa scrittura, per quanto la controfaccia dell’eros sia thanatos. Si vede chiaro che la Baroni gode scrivendo, seppure Curi o lenisca in sé e negli altri, a suo modo, non da medico ma da poeta e artista, la noia, il mal di vivere, l’angoscia, quella che Kierkegaard chiamava “la malattia mortale”.

Luigi Celi