Silvana Baroni

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Perdersi  per mano - Tracce, Pescara, 2012

Mente accesa che vivendosi ricorda lune di sentimento. E’questo il tratto più forte ed inquietante dell’ultima raccolta poetica di Silvana Baroni, voce alta, corposa e scontrosa, che ora  pubblica per le edizioni Tracce. Geometrie dell’anima, segni di una crisi, raccordi tra antico e moderno, ma soprattutto tessere ermeneutiche di una sinestesia creativa, volta a catturare e colorare i suoni delle parole. Nel testo che ora si presenta, l’autrice fa della parola la voce piena di un canzoniere che con un pudore selvaggio ed intenso, ambiguamente giocato sin dal titolo della raccolta, rifulge la ginestra di un vivere, luce dominante  sulla scepsi del sentimento amoroso,  cui la mente guarda con disincanto lucido; lunare il vangelo dei sensi, un sogno orfico da cui risalire, moderna voce di donna.  Sono qui, ora, donna a un passo da te/ avanti al tuo feretro maschio senza rancore né pena / palese ormai di noi la misera natura/ qui come spetta a una sposa /cavando il putrido dei fiori da quel che è stato il vaso della festa. Versi vedovili certo, ma senza il teatro delle lacrime. Il vaso della festa dice più di qualsiasi altra cosa, con tocco classico, il fliacico del sentimento amoroso, antico, magno greco, accanto al disfarsi putrido dei fiori, effimeri, eterni come passioni, che è diverso fuoco dall’amore, etica che vive oltre la notte, una giornata più densa di vetrosi ricordi che pungono al fare. Si vive allora oltre la resa l’ azzurro capolavoro, la natura, la chiesa di un’anima laica, l’infinito che ha sete, suonate campane! suonate ! che è l’eternità a doversi svegliare/ è lei  che voglio a testimonianza/ di quanto sia presente il mio presente. Numerosi altri  cammei di poesia si ritrovano nelle varie sezioni con un lessico sempre abilmente in bilico tra quotidianità e stupore, esemplare la risonanza visiva e sonora di questa antinomia  in cucina verdure che bollono/e attorno vetrate sull’azzurro capolavoro o tocchi di lirica religiosità  come in questi versi che per efficacia si riportano integralmente - telai  di luce  ricamavano l’alba / erano tre case nel frumento/ da lì salivano preghiere a lievito di pane/  erano tre donne avanti al giogo delle porte/ custodi di stagnola scartavano caramelle /poi amen. L’uso costante della minuscola, la titolazione solo nell’indice, la volontà di un dialogo serrato, forte anche di sonorità  concertanti, ora crude, ora dolci, come un mahleriano adagetto, danno pieno alla parola della Baroni il senhal della crisi. Modernità colma d’antico la voce di questa poetessa esperta d’aforismi e, funambola d’ogni asimmetria, di paradossi e ossimori, come rileva in una nota Luca Canali, si fa sempre, lucrezianamente,  lux rationalis noctis animae, amara, ma sincera, come la vita, un gettone tra le dita, tarlo che governa il tempo con accanita sapienza. Zitto l’inverno genera il sole che si  prende all’amo in un sapido tono epigrammatico. L’arte una scaglia di felicità, un universo di umanità, ricordo nella notte, lampo di un amore, sintesi di vita che dice l’invisibile in un componimento per un artista prediletto, Felice Casorati - vedo senz’occhi dal tuo pennello eterno/ il buio mi fissa, più morti ancora fissano il buio/ il mondo tutto è nerofumo per grazia accesa-. Cerchio chiuso, passionato di vita, ecco dunque il canzoniere di Silvana Baroni si condensa tagliente, ricco di humor freddo, ma è pure candida sincerità di emozioni eterne, archetipi di un’anima nel lunario della quiete che alta  ragiona nel giardino della poesia.

Paolo Carlucci