Silvana Baroni

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Perdersi per mano, Pescara, Edizioni Tracce, 2012

Dissonanze armoniose, strappi carezzevoli, ossimori sublimanti, agoni subliminali e deliziosi, ininterrotti nonsense tra anima e lessico – infiorano e connotano forse da sempre la poesia di Silvana Baroni (che è anche artista di talento, nonché peritissimo medico psicoanalista), capace egualmente di decollare in grande, ardimentosa tangenza d’ispirazione (memorabile l’Ultimamente del 2001), così come di sorvolare con brio agrodolce il paesaggio o meglio la deriva contemporanea sub specie aphorismatica: Tra l’Io e il sé c’è di mezzo il me. Anche quest’ultima raccolta riconferma il suo “ritmo dinamico e serrato”, “la forza icastica delle immagini” – ha ragione Ubaldo Giacomucci. Ma c’è di più. Un’arte rara di immersione nel profondo, nel subconscio insieme lirico ed archetipico, come certe pescatrici di perle giapponesi degli anni ’50 (care alla penna, agli studi e alla macchina fotografica di Fosco Maraini) tuffavano la propria bellezza nel rischioso incanto/disincanto sottomarino, riemergendone con l’onerosa, sfiatata gioia d’una perla in più… Il mare esistenziale della Baroni vira in color d’ombra, muta spesso in tufaceo: “capita a volte / di tuffarmi in un mare di tufo / e ancora non so dove sbaglio”… Ma a lei che è artista, pittrice di volta in volta estrosa o introiettata, ricordiamo come Leonardo proprio di quello sfumato costruisse l’iridescenza magica, la chiarità d’enigma della propria ispirazione. E qui Silvana sembra annuire, pare davvero estrosa, sintomatica seguirci: “non la trovai la chiara parola né il gesto / diretto, né il buio in cui nascondermi / pur sempre accanto il mio canopo / in cui piegare i tuberi dell’incerto fiorire”…

Plinio Perilli

(in uscita sul prossimo numero della rivista internazionale “Gradiva”)