Silvana Baroni

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Il Tallone d’Achille d’una donna Fermenti ed. - 2002

La vera ambizione di un poeta è diventare un “classico”. Cioè raggiungere un “equilibrio“strutturale all’interno di una composizione poetica. Non conta tanto il modo con cui questo equilibrio si raggiunga, purché alla fine della scrittura ci sia la misteriosa e auspicata armonia. Ovviamente essendo un poeta, Silvana Baroni non si sottrae a questa impresa pitagorica, anzi si trova ogni volta a imprimere sulla materia poematica, le impronte del suo carattere intellettuale. Come? Attraverso la convergenza delle componenti della sua “poiesis“: razionalità, percezione, intuizione, sentimento. Nel suo cantiere si trovano inizialmente le linee portanti del suo fare poetico, una sull’altra affastellate, in preda quasi ad una “frenesia” compositiva. E’ il momento alto che una volta si chiamava ispirazione e che ora più ludicamente possiamo definire “scelta di valori simbolici”, selezioni di priorità gradualmente inventate e giustificate: “Io catalogo le piante del giardino / i sottaceti in casa gli indirizzi / taglio sorrisi e li incollo / con la meticolosa libertà / di chi non ha limiti “. Il percorso che il poeta compie non è mai frutto di una eccitata concentrazione psichica, anche se è visibile in un cantiere l’operosità profumata di ferro e cemento, ma prevale alla fine la compostezza logica del pensiero. I versi, in una sarabanda silenziosa si agitano sulla scacchiera, si alternano con un ritmo inesorabile di chiarimenti oppositivi, di enunciazioni e omissioni rivelate, per trovare in flagrante il “punto“ che ha scatenato la resa dei conti delle pulsioni. “…e quale intermittenza d’ozi / tra soluzioni in giro e incanti?”. Visitando il cantiere, nell’attesa di vedere smontati i “tubi“ innocenti, ho provato forti sensazioni da trascriverle, lì per lì, come in una registrazione di cronaca e di eventi. Eccone alcuni esempi: a) i versi rumorosi conoscono il silenzio, b) c’è una forza che brucia oltre l’immaginazione: la coscienza, c) quello che non ci piace lo gridiamo dentro di noi per farlo tacere fuori. Smantellato, il cantiere appare come sostenuto da queste mie dichiarazioni o più semplicemente osservazioni etiche, la costruzione rifinita ma non finita, perché la poesia di Silvana continua oltre la propria concretezza classica in una sorta d’inesauribile infinita energia sonora. Si sviluppa cioè, una forma di musicalità sincopata che descrive invisibilmente non soltanto un ritmo interiore, ma una più complessa orchestrazione che lega l’io al suono astratto del pensiero cosmico. L’individuo comincia, anzi, prosegue il cammino in uno spazio sempre più dilatato, smisurato per misurarsi con le cose ed i fenomeni della vita, protetto da una sottile e avvolgente ironia. Un’ironia non solo funzionale, capace di esorcizzare ogni pericolo di retorica o di atteggiamento gnomico, giocando sul rapporto tra musica interiore e musica naturale, oggettiva. Forse con parole più semplici si può dire che la “vanità del tutto“ viene da Silvana ridotta, si fa per dire, al destino del “tutto“. Un io che diventa obeso, fagocitante le proprie responsabilità e le proprie visioni: “La mia stanza è tappeto di foresta…”. Quello che veramente colpisce in Silvana Baroni, è il modo di raccontarsi attraverso una elaborazione di fatti esterni e di eventi autobiografici. Questo non è solo classicismo ma è soprattutto la metamorfosi della realtà in sogno e del sogno nella realtà. Una osmosi metamorfica che placa nel gioco delle espressioni la dinamica rutilante della memoria che non prende pace, non si ferma mai, ma si attualizza costantemente in una necessità di proclamare la storia piccola o grande che sia: “Tu sei il caso ed io la necessità / a dir meglio tu hai tentacoli / sul tallone d’Achille di una donna.“ La mia provvisoria ultima considerazione riguarda proprio la tecnica della mutazione usata da Silvana con sicura maestria. L’abilità con cui l’autrice muta se stessa a tal punto da confondersi con gli stessi materiali poetici. Una sorta di amor panico, di immedesimazione tellurica col mondo. Confermando in questo modo la contemporaneità qualitativa della poesia, forse priva di riferimenti o di ascendenze precise, sicuramente densa di assimilazioni novecentesche e di appropriazioni debite, il taglio cinematico, l’efficienza visiva, e la capacità filologica, sublimando parole d’ordine e slogan, evitando così qualsiasi sospetto di eloquenza formale: “Con te non voglio che tu non voglia / e mai vorrei volermene perché ti voglio / è quindi forse al vaglio un vaglia?”

Vito Riviello