Silvana Baroni

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ULTIMAMENTE - Fermenti ed. 2001

L’estroso e concretissimo, raziocinante e gnomico - guizzo lirico della Baroni, introduce semmai, come accanita e decisiva variante, la categoria creativa, non meno che psicoanalitica, dell’Io indiviso, su cui probabilmente caricare, strutturare, la monologante, febbrile e loica architettura del libro.
Silvana, per sua fortuna, urla le sue fantasie con più ironica, salvifica leggerezza, dipana il suo groviglio arioso come l’eutanasia problematica ma rallegrante d’un caleidoscopio emotivo, la frantumazione prismatica e policromatica d’un bianco raggio di coscienza.
L’Amore, certo, attraversa, taglia e affranca, con esiti di grande accensione ragionativa, dopo il puro dono lirico e l’evento bruciante (bruciato...) della passione:
Annaspando come tutti noi nella più trita o contrita contingenza, l’interrogazione viceversa è sul profetato, auspicante futuro amoroso.

La solitudine annette e misura queste pagine con inesausta e, direi, briosa dedizione. Già Rino Cerminara parlava d’un vasto e sfaccettato  “racconto delle tante diseguali solitudini”.
Ma attenzione: nessuna malinconia di sorta, nessun cedimento nostalgico. Questa dinamica, metodologica solitudine in progress, è perfettamente vinta da grandi viaggi curiosi o dal rassicurante controesotismo della propria stanza.
Preziosa, in quest’ottica e gestione del bioritmo, la valvola emotiva e relazionale d’un’Amicizia schietta, maiuscola, capace perfino d’irridere o comunque curare, medicare l’amore:
Sullo sfondo che è in noi, sul palcoscenico della nostra sana recita quotidiana, grandi sogni neoromantici arenatisi o dispersi - come grandi, argentee e bianche balene oniriche, surreali - in una stemperata deriva metafisica:
                                                                                     
una nobile cifra d’elezione - convoglia e restituisce alla riva del terzo millennio affascinanti reperti montaliani
l’eredità riformulata e quasi neo-oracolare d’un Ungaretti ribaltato L’elegante antidoto dello stile, fa il resto. Coltivati guizzi rimbaudiani s’avvicendano, danzano con ossimori a iosa perfino c’imbattiamo in qualche sottile, disvelato lapsus o comunque in contorte, annichilite metafore che avrebbero compiaciuto un’Amelia Rosselli
Ha ragione Rosalma Salina Borello: “E’ con suprema eleganza, con spiritoso ardimento, con allegra risolutezza che questa nemica di ogni visione unilaterale colpisce, trafiggendolo da parte a parte, con il suo segno acuminato e insinuante, il lato comico non meno di quello doloroso dell’esistenza, la vitalistica espansione della holderliana  Begeisterung e il luttuoso ripiegamento della Trauerarbeit  (fondendo spesso l’una e l’altra nell’alambicco di uno smagato, surreale umorismo...)”. Fino al cementato approdo di una franca e amabilissima ironia sapienziale.

 Saggezza nevrotica”, “ postermetismo crudele”, rivela Mario Lunetta: 
“continuamente, pervicacemente frantumato: magari da una serie di esclamativi ironici, sottolineature di finto stupore: una sequenza di ictus destinati a mettere in off-side l’estatico orizzonte di ascendenza neosimbolista desublimandolo nervosamente”. La schermaglia ludico-concettuale sfocia naturalmente nell’epigramma e in una briosa vena aforismatica (“Silvana Baroni”, soggiunge Luca Canali, che se ne intende, “ scrive aforismi di una crudezza tacitiana, altri di una perfidia marzialiana”). Anche c’imbattiamo in una curiosa sequenza di adagi inesorabilmente post-moderni:
Supremo e sinestetico DNA di Silvana Baroni, l’arte intride e calamita e traduce come in un ininterrotto “testo a fronte” visionario o comunque visivo l’intera raccolta;

“ L’arte” - professa Silvana Baroni - “si interroga sull’unità costitutiva del nostro stesso percepire e spinge la rigidità di un Io fortemente identificato verso l’impermanenza”. Alla montaliana categoria dell’inappartenenza”, si sostituisce una più aggiornata “impermanenza”; al realismo filosofico e soggettivismo (o idealismo) gnoseologico di Berkeley, “esse est percipi”, sopravviene forse una constatazione ancora più mobile ed espressiva: poetare (cioè dipingere) è percepire... Rinnovate simbologie, e spunti pastosamente auratici, confezionano e coniugano vere e proprie poesie/pitture, piccoli quadri raccontati in versi:
De Chirico e Savinio, fratelli e Dioscuri di Metafisica, le prestano tavolozze di un nitido bagliore, ordinati, cumuliformi riverberi di pensosi malesseri, od argonauti onirici:

Liberando una tridimensionalità lirica perfino scultorea, come una plastica architettura del disagio.
Ecco il bozzetto panico di una novella Dafne riperduta:
Ma tutta la natura le consente, e si antropomorfizza, in un sano, sensuale rapporto simbiotico, una comunione edonistica:
C’è una precisa, estrosa vocazione circolare, nel percorso poematico di Silvana Baroni; ma sempre e comunque, per arte od esperienza, scommessa stilistica o dono esistenziale, tout se tient:
Vige in ogni suo sguardo o parola d’emozione il senso della rotondità, della pienezza, della circonvoluzione peregrinante o fatale delle esperienze; una plastica tridimensionalità, ripeto, anzi circolarità dell’anima:
Le grandi domande epocali s’elidono, si rispondono, dialogano titubanti e attonite nel pieno, conscio marasma d’esistenza, tra i mille rutilanti “umori della mente”.
Sì, la Bellezza che non è più maiuscola, né oziosa formula estetica, né artificioso ideogramma cosmico, s’allontana da noi - mestamente delusa, o agilmente autoironica - lasciandoci però in dolce, supremo pegno, dei piccoli/grandi libri d’autoritratto epocale. Dei flashes sbarazzini e taglienti al malessere, alla crisi della bellezza, cioè della stessa poesia.
Testardamente, candidamente sinceri, feriti o belli solo di luce propria - come questo percorso, questo fiero volume tutto monologato, ma totalmente arreso e aperto al confronto, a una messinscena sensibile che ci assimila.

Plinio Perilli