Silvana Baroni

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Silvana Baroni e la decisione della ricerca

E’ praticamente da sempre che Silvana Baroni lavora sull’”uno”; detto in questo modo, si potrebbe pensare che la pittrice si inserisca nel filone neoplatonico dell’arte occidentale il quale conosce in Malevic e in Mondrian le sue punte di diamante. Non è così; non lo è perché, innanzitutto, l’artista si muove all’interno di una ricerca instancabile che la costringe (felicemente) a non fermarsi su di una posizione inamovibile. Parlare dell’ ”uno” significa, in Occidente, imbattersi nelle ombre grandiose di Plotino e di Meister Eckhart; un fruitore dell’opera d’arte distratto, potrebbe chiedersi che senso abbia, agli inizi del ventunesimo secolo, dialogare con maetri così lontani da noi. In realtà, come sappiamo bene, l’attuale “rinascita del Sacro” ha trascinato con sé un ritrovato interesse per l’autore delle Enneadi e per il grande domenicano. Quello che va detto immediatamente è che l’ ”uno” di Silvana Baroni si presenta come l’antipodo esatto dell’Uno neoplatonico e dell’Uno eckhartiano; il “tradimento” nei confronti dei due grandi filosofi è già delineato con Due-Uno del ’92. Siamo ancora all’interno di un discorso “figurativo”, ed assistiamo al dialogo tra due personaggi. Forse si tratta di un dialogo d’amore dato che uno dei protagonisti si protende verso l’altro e sembra desiderarlo; centrale, a nostro parere, è Lo scrivo e lo cancello  del ’94. Non ci troviamo, infatti, dinanzi all’Uno, bensì difronte a diversi ”uno” giocati da due ectoplasmi oscuri i quali però non provengono dall’orrore dell’Ade. Uno Rosso è del ’95; certo appare una presenza delicata che non sembra però destinata ad inglobare gli “uno” che fanno bella mostra di sé all’interno del quadro. Uno Rosso permette alla Baroni di evidenziare quella vena lirica che renderà successivamente del tutto irresistibile la sua “pagina pittorica”; perfettamente eloquente, almeno per noi, è il Mistero dei monologhi del’98; ancora una volta, l’artista parla non dell’Uno, bensì degli “uno”; questi poi si presentano come una epifania di idoli-totem aguzzi, aristocratici ed affetti da una sorta di selvaggio ed enigmatico verticalismo.
Il Mistero dei monologhi è, senza ombra di dubbio, un quadro “metafisico”; ovviamente la “metafisica” di Silvana Baroni non è quella di Giorgio De Chirico. Rimane però il fatto che gli “uno-idoli” appaiono sospesi all’interno di un antispazio che, esteso all’infinito, si dimostra pronto ad accogliere una pluralità sconfinata di enti che coltivano in sé il divino come inesplicabile. A questo punto, risulta inutile tenere ancora celate le ragioni dell’antineoplatonismo radicale dell’artista. In primis non dimentichiamo che, per un neoplatonico conseguente, l’immagine, qualsiasi immagine, deve risultare rimossa alla presenza dell’Uno. Prendiamo, tanto per fare un esempio, la predica eckhartiana Intravit Jesus in quoddam castellum; dice il grande eretico che nello spirito si intravede una “potenza” che è libera da tutti i nomi, che è priva di tutte le forme e che è spoglia così come è nuda la Deità nella sua sublime simplitas. Sappiamo che Ekhart è stato condannato dalla Chiesa proprio per aver distinto Dio dalla Deità. La Deità è “oltre” Dio, è “Dio più Dio di Dio”; ora la Deità altro non è se non l’Uno di Plotino, l’Assoluto Identico che è nemico giurato di ogni molteplicità e di ogni immagine. Conclude l’autore della Intravit, che la “potenza” di cui ha parlato, può penetrare perfettamente all’interno della Deità perché condivide con Questa una “compattezza” che non può essere scalfita da nulla. Si comprende allora benissimo perché due teosofi come Malevic e come Mondrian, siano arrivati alle conclusioni ultrariduzioniste a cui sono notoriamente giunti. Ora, come abbiamo visto, Silvana Baroni non è affatto intenzionata a mettersi sulle orme dei due protagonisti dell’astrazione purista. Gli idoli-totem, infatti, rimandano ad un universo barbaro, formicolante ed elegante che nulla ha a che fare con l’ascetismo in tutte le sue forme. Secondariamente l’eterna delicatezza del gesto pittorico rimanda e richiede una sensibilità che non si concilia con “l’indifferenza” della scelta plotiniana; infatti Meister Ekhart, con la massima conseguenzialità, nel trattato Del Distacco, dice che l’abbandono di tutte le cose vale più della misericordia, perché ciò che turba l’uomo lo sottrae all’atarassia che necessariamente appare nel momento in cui la parte alta dell’anima, il castellum animae, si rituffa nell’unità deserta dell’Assoluto. Se accenniamo ora ( anche se di sfuggita ) agli aforismi di Silvana Baroni, ci rendiamo conto di come la scrittura dell’artista coincida perfettamente con la sua scelta pittorico-filosofica.
Recita un aforisma: “la morte è non sapere andare avanti con le immagini”. Non può che essere così. Rifiutando il riduzionismo maleviciano-neoplastico, la Baroni, come abbiamo visto e come continueremo a vedere, sceglie l’esuberanza dell’immagine. Ciò la contrappone, lo ripetiamo ancora, a Plotino e ad Ekhart i quali concepiscono l’Uno come Nulla Superessenziale e quindi, appunto, come “luogo” in cui le immagini si perdono e svaniscono. Aggiunge poi che “non è la vita ad essere duplice, ma il sapiens ad essere ambivalente”; è più che evidente che l’ambivalenza, qualsiasi ambivalenza, non è conciliabile con l’unitarietà di una personalità che deve trascendere la propria molteplicità e vuole concedersi ad una sola ed onniassorbente Verità. In un altro aforisma è del tutto esplicita: “la vita è il vero miracolo se la si può vivere senza incontrare Dio”. Ora, anche nel cristianesimo, Dio è Unità; le Tre Persone, infatti, non sono tre dei, ma un unico Assoluto. Dunque neoplatonismo e cristianesimo, all’interno della meditazione della pittrice, cadono insieme; cadono perché, ovviamente, sono ambedue figli della svalutazione del ”mondo apparente”. Andando ancora più indietro, l’artista rifiuta Platone perché è a lui che va fatta risalire, come sappiamo, la distinzione fra l’errore dell’empiria e la luce della verità iperuranica. Il cristianesimo si allontana dal concretismo della fede ebraica nella misura in cui, infatti, incorpora e digerisce Platone e Plotino. Torniamo comunque alla pittura.
Riteniamo, ai fini del nostro discorso, particolarmente eloquente Sacrificale del ’96. Quest’opera sembrerebbe finalmente dare ragione a Plotino e ad Ekhart; gli “uno” sembrano correre il pericolo di venire risucchiati dalla spazialità sconfinata da cui sono assediati. Il procedimento di assorbimento viene però interdetto, in modo assai eloquente, da un “uno” che si mette di traverso e che rompe le uova nel paniere; altrettanto disturbante per l’Uno è il lirismo di Fluviale del ’97. Lo stesso accade in Rosso Matrice del ’98. Il fuoco di questo quadro rimanda alla passione umana per gli enti finiti piuttosto che alla passione per il Nulla Superessenziale; si dirà che i mistici parlano spesso di passione sensuale ( e sessuale ) per il Divino; ciò riguarderebbe Silvana Baroni se scorgessimo in lei un quid di Santa Teresa D’Avila. Ogni discorso sull’Uno rimanda invece all’estasi per la Simplicitas assoluta che è “fredda” e non “calda”; tanto è che si parla, per Ekhart, di “misticismo speculativo” e no di “erotismo mistico”. In Emersione del  2000 Plotino e il domenicano rimangono permanentemente assenti. In una palude preziosa, debussyana e magata, infatti, alcuni “uno” appaiono come oggetti privilegiati appartenenti ad un sogno ch’è figlio diretto della squisitezza dell’anima. Sutura del 2003, rappresenta, a nostro avviso, il punto massimo di avvicinamento dell’artista al neoplatonismo. Sembrerebbe, infatti, che gli ”uno” corrano fatalmente a perdere la propria individualità; bisogna essere molto chiari su questo punto. L’aplosi, cioè la fusione del castellum animae con la Deità presuppone la perdita della personalità con tutte le sue debolezze e con tutta la sua creaturalità. Nel momento finale, quando la “parte alta dell’anima” si tuffa nel “fondo di Dio” l’uomo si “deifica” ed è stabilmente inserito nella Deità, cioè non ha più nulla, non ha neppure un luogo dove Dio possa operare umanamente. E’ addirittura spoglio di Dio e a Lui “superiore” perché è ormai Uno nell’Uno, uno ch’è diventato Uno. Tutto ciò non si ritrova affatto in Sutura; il colore vivo sbarra il passo al radicalismo neoplatonico e ci rivela che la creatura non ha cessato di essere creatura. A questo punto, quali possono essere le conclusioni a cui possiamo ( e dobbiamo ) pervenire? Facciamoci aiutare, ancora una volta, dagli aforismi dell’artista; dice, infatti, che “ gli uno sono moduli in divenire della struttura funzionale del mondo che cambia”. Aggiunge poi “gli uomini vanno amati non perché sono, ma perché vanno”. Per l’ennesima volta, due affermazioni lucidamente antineoplatoniche; Plotino ed Ekhart, infatti, sulla scia di Parmenide, aboliscono il divenire. La Baroni afferma invece il divenire come unico orizzonte all’interno del quale sono pensabili e possibili l’uomo e la sua opera. Ama dunque gli uomini “perché vanno”; in Eckhart, come abbiamo accennato, l’uomo deificato non va da nessuna parte perché è già collocato nell’Essere Vero che è la stessa cosa dell’Eterno Presente. A questa (pur sublime) Staticità, Silvana Baroni rimane estranea; come crediamo di aver dimostrato, tutta la sua ricerca celebra gli enti finiti. La sua estrema parola, dunque, non è rivolta al “distacco”, ma all’attaccamento, all’abbraccio con la ricerca, col divenire, con il dialogo, con la ricchezza della molteplicità. Certo gli “uno”, se non sono stabiliti nell’Uno, sono consegnati nelle mani feroci della contingenza; solo però all’interno di questa appare l’immagine, un’immagine che la pittrice non vuole mai esangue e rinsecchita. Perché l’artista ha rischiato di venire travolta dalla voragine affascinante della diarchia Plotino-Eckhart? Certamente perché, come tutti gli umani, ha sentito e sente il peso della contingenza e la sirena dell’Assoluto che consola; ha messo però alla prova se stessa ed è uscita vincitrice dall’incontro con due fra i più poderosi campioni della tradizione metafisica occidentale. Come Odisseo, in definitiva, anche Silvana Baroni ha rifiutato le consolazioni superbe ma immobili di Circe; tolto l’Essere Vero, rimane certo l’abisso della finitezza. Ha concluso, con Nietzsche, che l’unica cosa da fare fosse quella di guardare un tale baratro con “occhi d’aquila”, avendo sempre la pittura come lume fioco ma saldo per attraversare quel mare tenebrarum che corrisponde al nome di realtà.

Robertomaria Siena